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INFORMAZIONI
  • Quanto costa la Psicoterapia

    L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

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  • Codice deontologico

    In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine nell’adunanza del 27-28 giugno 1997.

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  • Consulenza o Terapia?

    Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

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  • Quanto può durare la Psicoterapia

    La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

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  • Parcella deducibile / rimborsabile

    Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

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  • Diritti del paziente

    Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

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  • Erogazioni liberali alle ONLUS

    Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

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  • Codice di condotta

    Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

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  • Consulenza competente

    La malpratique professionale è ancora diffusa e crediamo che una utenza informata possa essere un viatico alla svolgimento corretto di una professione molto utile e che amiamo.

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    Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

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  • Codice deontologico

    In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine nell’adunanza del 27-28 giugno 1997.

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Anoressia e Bulimia

Riguardo ai disturbi alimentari dobbiamo porci due domande preliminari:

  • il cibo materialmente che cos’è?
  • il cibo simbolicamente che cosa rappresenta?

Per rispondere occorre tener conto che:

  • l’organismo umano ha appreso a distinguere i materiali commestibili da quelli non commestibili, dunque potenzialmente dannosi, nel corso di milioni di anni di evoluzione della specie;
  • questo lunghissimo apprendimento è stato memorizzato dalle culture umane, che a loro volta hanno scoperto che gran parte dei materiali classificati come commestibili sono più digeribili e più gustosi se trattati mediante cottura e condimento;
  • le varie tradizioni culturali si sono incaricate di codificare e trasmettere questa cultura alimentare nel corso delle generazioni.

Ciò vuol dire semplicemente che nutrirsi – a livello umano – significa accettare incondizionatamente il peso della tradizione alimentare, così come essa viene replicata da ogni singola madre, famiglia, società. È ovvio che non esiste un solo bambino che ripeta l’esperienza dell’apprendimento alimentare di specie e dell’invenzione storica della cucina (perché morirebbe di fame prima di essere in grado di distinguere un sasso da una patata). Ogni bambino, dunque, riceve il cibo già fatto, e se ne alimenta sulla base della fiducia.
Dunque: il cibo è l’alimento della specie umana; esso è trattato socialmente e rappresenta il primo imprescindibile rapporto di fiducia che ogni essere umano intrattiene con la sua famiglia e con la società di appartenenza.
I disturbi alimentari non sono altro che l’atto di rottura di questa fiducia. Come ogni atto di rottura (nei confronti di genitori, famiglia, gruppo culturale), il disturbo alimentare genera ansia ed esprime la difficoltà del soggetto a regolare il rapporto fra appartenenza e differenziazione, fra dipendenza e autonomia.
In tal senso esso si colloca nella stessa matrice strutturale dei disturbi fobici maggiori (agorafobia, claustrofobia, ipocondria) e conseguentemente dell’attacco di panico: anche nei disturbi alimentari il tema centrale è il conflitto interno del soggetto con dipendenze (da persone o valori) sostanzialmente rifiutate ma non espulse – per via dei sensi di colpa – dalla propria vita e dalla propria personalità. Nel panico questo conflitto si arresta di fronte al terrore di essere liberi, nei disturbi alimentari esso investe talora drammaticamente quel campo di battaglia che è il corpo.

In termini statistici le fobie maggiori e il DAP investono circa il 20% della popolazione globale. Di questa quota il 60-70% appartiene alla popolazione femminile. Data la forte inerenza fra identità femminile e angosce estetiche è facilmente comprensibile la chiara correlazione fra fobie e DAP da una parte e tematiche alimentari dall’altra. Correlazione marcatamente minore nel caso della popolazione maschile, nella quale il tema alimentare, prevalentemente bulimico (con rari episodi anoressici), è estraneo alle problematiche estetiche e riguarda piuttosto la dualità morale buono/cattivo.

La bulimia è un disturbo alimentare contrassegnato dall’ingestione smodata di cibo, ingestione che avviene sempre secondo una modalità compulsiva, spesso disordinata. Essa si distingue in due “tipi” principali: la bulimia opposizionistica e la bulimia riparativa. Quella opposizionistica è una ribellione edonistica “contro” le limitazioni sperimentate in famiglia. Quella riparativa è un atto di compulsivo rabbonimento di istanze di protesta. La sintomatologia bulimica nel DAP è correlata nella popolazione femminile al passaggio simbolico bambina/donna. La dappista bulimica è di fatto identificata alla bambina, talvolta per esigenze di ribellione edonistica, talaltra – più spesso – per l’esigenza di mostrare agli altri e a se stessa un’aspetto innocuo e marcatamente desessualizzato. Questa sindrome mista (DAP e bulimia) colpisce una quota del 10% circa dell’intera popolazione DAP.

L’anoressia è un rifiuto radicale dell’appartenenza “viscerale”, profonda, a una certa madre, famiglia, società. Essa dimostra che il bisogno di differenziarsi è assoluto, a un punto tale che il soggetto anoressico può spingere la sua protesta fino alla morte. L’anoressia riconosce il suo nucleo fobico nel rifiuto della dipendenza/debolezza rappresentata dal “cedere” al bisogno di cibo, quindi implicitamente ai parenti, al partner, al coniuge. Nel senso del disturbo DAP l’anoressia investe perlopiù in maniera invisibile e in modo fluido e non strutturato almeno il 20-25% della popolazione globale, prevalentemente fra le donne. Il perché è chiaro: data la regola, costante in quasi tutte le culture umane, del possesso del corpo femminile da parte della società (a fini produttivi, riproduttivi e di godimento sessuale) è ovvio che il conflitto per l’indipendenza fisica è nettamente maggiore nella popolazione femminile che in quella maschile. E infatti, l’anoressia è un disturbo al 95% femminile e lo si ritrova più o meno presente in buona parte della popolazione femminile affetta da una qualche psicopatologia.

La “parentela” fra il DAP e l’anoressia sta nel fatto che come il DAP tematizza la lotta per l’indipendenza al livello della paura della libertà, l’anoressia fisicizza e biologizza la matrice conflittuale. Essa segnala che il conflitto è stato precoce e ha strutturato fantasie di ribellione intransigenti e radicali: il rifiuto della relazione primaria, la sfida nei confronti dell’ambiente mediata da fantasie di scatenamento sessuale e – oggigiorno sempre più spesso – la fantasia di una totale e onnipotente autosufficienza da ogni tipo di relazione e di scambio col mondo.

Il vomiting è una forma mista anoresso-bulimica. Esso consiste nel rituale segreto del vomito dopo l’aver assolto in apparenza ai propri “doveri” alimentari. Si tratta sostanzialmente di una anoressia mascherata, e va trattata secondo gli stessi criteri terapeutici.

DISTURBI TRATTATI
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L'Associazione Psy ONLUS considera fondante l’idea che la professione clinica sia un bene che deve essere fruibile a tutti, indistintamente da sesso, religione, etnia, posizione sociale ed economica e deve essere sempre qualitativa e professionale, ciò che nel pubblico non sempre è possibile e nel privato non sempre è garantito.

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