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INFORMAZIONI
  • Codice di condotta

    Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

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  • Consulenza competente

    La malpratique professionale è ancora diffusa e crediamo che una utenza informata possa essere un viatico alla svolgimento corretto di una professione molto utile e che amiamo.

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  • Quanto può durare la Psicoterapia

    La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

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  • Diritti del paziente

    Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

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  • Erogazioni liberali alle ONLUS

    Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

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  • Parcella deducibile / rimborsabile

    Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

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  • Codice deontologico

    In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine nell’adunanza del 27-28 giugno 1997.

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  • Consulenza o Terapia?

    Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

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  • Quanto costa la Psicoterapia

    L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

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INFORMAZIONI

Diritti del paziente

Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

Consulenza o Terapia?

Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

Erogazioni liberali alle ONLUS

Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

Codice deontologico

In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine nell’adunanza del 27-28 giugno 1997.

Consulenza competente

La malpratique professionale è ancora diffusa e crediamo che una utenza informata possa essere un viatico alla svolgimento corretto di una professione molto utile e che amiamo.

Quanto costa la Psicoterapia

L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

Parcella deducibile / rimborsabile

Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

Quanto può durare la Psicoterapia

La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

Codice di condotta

Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

Scegli un terapeuta che…

Scegli un terapeuta che… non sia iatrogeno

Di Francesca Vulpiani

 Cominciamo col definire cosa si intende per terapia iatrogena. Il termine IATROGENESI viene dal greco (iatròs: medico + gennan: generare). Letteralmente lo possiamo tradurre con: ciò che è causato dal medico o dalla medicina. Ci occupiamo quindi di tutte quelle situazioni in cui si ipotizza che il peggioramento del paziente non sia dovuto alla struttura stessa della persona in cura, ma avvenga in seguito alle operazioni del curante. Nel linguaggio psicoterapeutico il rischio iatrogeno definisce in senso più specifico il problema della responsabilità e dell’etica della psicoterapia. Al di là delle possibili cause esterne, quanto può influire lo psicoterapeuta nel creare malessere durante lo stesso processo di cura? Il processo psicoterapico si fonda su fattori aspecifici e specifici; la iatrogenia della psicoterapia può essere legata al malfunzionamento o all’assenza di uno qualunque di questi fattori. Tra i fattori aspecifici si può includere l’età, e la differenza di età tra paziente e terapeuta, il sesso, la condizione sociale, il livello culturale e, assai importante ma meno precisamente definibile, l’empatia. Tra i fattori specifici ricordiamo la teoria di base del terapeuta, intesa come paradigma di riferimento, e la teoria della tecnica, che determina la modalità di svolgimento del processo psicoterapico. Ad essa sono connesse la modalità di fornire l’interpretazione, la gestione del transfert e del controtransfert e, più generalmente, la modalità di conduzione della psicoterapia. Nel paradigma psicanalitico ad esempio la modalità di conduzione può essere di tipo uncovering, più connessa al modello psicoanalitico classico, o di remaking, secondo gli sviluppi più recenti maggiormente improntati sulla relazione che sull’introspezione. In questo secondo caso l’obiettivo non è più tanto la scoperta dei conflitti, ma la riparazione relazionale, attraverso il transfert, di modalità conflittuali e frustranti del passato. Il focus, secondo un linguaggio analitico-transazionale, diventa quindi l’esperienza emozionale correttiva e la possibilità di introiettare l’analista come genitore interno affettivopositivo. Ciò che ho sinteticamente descritto potrebbe essere parzialmente utile come orientamento nella scelta del terapeuta con cui intraprendere un percorso.

Piuttosto che andare a scatola chiusa sarebbe opportuno porsi delle domande prima di decidere in quale direzione muoversi. Faccio una sintesi parziale, tutt’altro che esaustiva: – Avrei più facilità ad aprirmi con un uomo o con una donna? – Potrei lavorare meglio con un terapeuta giovane o con uno anziano? – Mi sentirei più comodo in contesto formale o informale? – Ho bisogno (emotivamente intendo) di un setting più rigido o più elastico? – Vorrei che il mio analista mi desse del tu o del lei? – Preferirei un professionista “al timone” o un “co-pilota”? – Cosa so del suo modello teorico di riferimento? – Quali sono i principi filosofici su cui si fonda? – Che cosa intende per cura? – Cosa per guarigione? Probabilmente leggendo queste domande si starà facendo strada un dubbio nella vostra mente: come faccio a sapere cosa è meglio per me? Effettivamente non è affatto semplice, anche perché si tratta di variabili estremamente personali e magari soggette a cambiamento nella nostra storia (ad esempio potrei trarre giovamento in una fase della mia vita da un terapeuta dall’approccio “soft” – accogliente, molto empatico e supportivo – e in un’altra fase avere bisogno di confrontarmi con uno stile più direttivo). In conclusione credo che il punto in questione non sia trovare risposte giuste, ma approcciarsi alla difficile scelta di un terapeuta in maniera auto-analitica (ponendosi delle domande insomma!), visto che LA SCELTA DEL TERAPEUTA E’ GIA’ TERAPIA. Riprendiamo ora il nostro argomento iniziale, ovvero il rischio iatrogeno in psicoterapia. Se è vero che alcune variabili sono del tutto soggettive, è vero anche (per fortuna!) che ce ne sono altre che, oggettivamente, ci permettono di definire se il professionista che abbiamo di fronte è un buon professionista o meno.

Dal mio punto di vista tutti gli errori del terapeuta (quelli che possono creare un danno reale al paziente) sono riconducibili a tre categorie: – interventi legati a interferenze controtransferali. – errori di tecnica. – problemi etici.

Transfert e controtransfert appaiono, sia da un punto di vista teorico che clinico, come due facce della stessa medaglia: la relazione Terapeuta-Paziente. Il transfert è un fenomeno tipico del rapporto tra paziente e analista, basato sulla convinzione che i rapporti importanti dell’infanzia caratterizzino tutte le successive relazioni. Nello specifico il transfert influisce sulle aspettative nei confronti dell’altro e porta a rivivere i sentimenti e le emozioni tipiche del rapporto avuto con le figure chiave dell’infanzia (tipicamente i genitori). Non è un fenomeno esclusivo della terapia in quanto può riversarsi in ogni relazione con persone che giocano un ruolo importante (sia positivo, sia negativo) nella vita di un individuo. L’altro lato del transfert è il controtransfert, vera innovazione e grande svolta nella riflessione sulla terapia, in quanto fa riferimento al coinvolgimento emotivo che l’analista prova nei confronti del paziente, al di là della propria veste professionale. Freud per primo parla di transfert grazie alla conoscenza del caso di Anna O. (1882). Anna era una ragazza ventunenne di grande bellezza e intelligenza che manifestava diversi sintomi riconducibili all’isteria. Il suo dottore, Breuer, terminò bruscamente il percorso terapeutico, spaventato dal reciproco coinvolgimento emotivo lasciando il caso in mano a Freud. Questi fu in grado di rielaborare questi segnali in preziose indicazioni generali sul rapporto terapeutico. Altri psicanalisti ripresero successivamente questo concetto. Per M. Klein il transfert deriva dalle primissime relazioni che il neonato stabilisce con gli oggetti d’amore. Secondo Jung non si tratta di un fenomeno di natura sessuale o legato a relazioni già vissute, ma può essere anche l’espressione di tendenze psichiche ancora inespresse che vanno esplorate durante la terapia. I fenomeni controtransferali sono considerati in letteratura psicanalitica uno strumento indispensabile per avere accesso all’inconscio del paziente. “Il controtransfert fornisce elementi fondamentali nell’analisi di transfert” (Novellino, 1984). Tale processo è reso possibile dal fatto che il terapeuta, facendo affidamento sulla sua capacità intuitiva, può “leggere” a partire dalle proprie reazioni ai processi comunicativi del paziente, messaggi fuori dalla consapevolezza di quest’ultimo. Quand’è che il controtransfert diventa negativo? Petruska Clarkson parla di controtransfert reattivo e proattivo: nel primo caso parliamo di materiale proiettivo del paziente a cui il terapeuta reagisce; nel secondo caso invece si tratta di materiale che viene proiettato sul paziente e che nasce dalla storia personale del terapeuta. Il controtransfert reattivo è materiale prezioso per l’analista, permette di scoprire aree di non consapevolezza del paziente. Ma facciamo un esempio: mi capita di provare una sensazione di fastidio in una fase della terapia nei confronti di un paziente. Stando in contatto con la mia emozione mi rendo conto che è la stessa sensazione che altri riportano nel parlare con lui. Che significa? Che probabilmente la persona agisce una modalità relazionale, al di fuori della sua consapevolezza, che ha proprio l’obiettivo inconscio di elicitare quel tipo di risposta. E’ proprio grazie all’analisi del mio controtransfert che posso svelare “il gioco” del paziente e successivamente aiutarlo a trovare nuove modalità. Nel controtransfert proattivo invece la mia reazione non è in risposta a ciò che il paziente fa o dice, si tratta solo ed esclusivamente di una mia proiezione (quindi un mio transfert). Ad esempio: provo una forte rabbia nei confronti di un paziente perché mi ricorda una persona del mio passato che mi ha fatto tanto soffrire. Se non sono consapevole di questa somiglianza rischio di seguire piste sbagliate, di fornire interpretazioni non adeguate dei processi della persona, potrei come minimo creare una frattura relazionale e addirittura rischiare di boicottare le risorse verso l’evoluzione personale del paziente. Vorrei aggiungere, prima di passare agli errori di tecnica, che incorrere in un controtransfert proattivo è esperienza abbastanza usuale per i terapeuti (anche quelli bravi!). Tuttavia i professionisti che fanno costantemente supervisione sul proprio lavoro e quelli che hanno alle spalle vari anni di terapia personale sicuramente hanno maggiore consapevolezza dei propri punti deboli e quindi possono più facilmente correre ai ripari. Rivolgo questo mio articolo prevalentemente ai non addetti ai lavori, quindi mi rendo conto che non è il caso di parlare di errori di tecnica in maniera troppo approfondita. Tuttavia è indubbio, che spesso, sono proprio gli errori di tecnica a determinare i drop-out (gli abbandoni precoci) in terapia. Vorrei soffermarmi, consapevole che si tratta di una piccola parte del tutto, sugli errori di timing nell’uso di alcune tecniche psicoterapiche. Va da sé che a volte, per motivi che ora non abbiamo il tempo di analizzare, il terapeuta può sbagliare proprio la scelta della tecnica da utilizzare; altre volte invece la tecnica è quella giusta, ma il tempo in cui viene proposta non è decisamente opportuno. Pensiamo ad esempio all’interpretazione nel processo analitico. La vera differenza tra un buon professionista e un professionista con buone capacità intuitive, ma poca esperienza sta proprio lì: la scelta opportuna del timing, la fase giusta in cui proporre una nuova chiave di lettura non deve essere legata all’insight del terapeuta, ma solo ed esclusivamente al momento in cui il paziente è davvero pronto a farne tesoro.

Dopo aver appena accennato agli errori di tecnica, che certo non sono l’oggetto centrale di questo articolo, passiamo infine ai problemi etici. Questi ultimi sono sicuramente quelli di cui il paziente può più facilmente rendersi conto. Il codice deontologico degli psicologi italiani fornisce chiare indicazioni per valutare se il comportamento di uno psicoterapeuta sia conforme o meno ai principi etici. Ecco una lista di comportamenti di fronte ai quali siamo sicuramente in presenza di una violazione etica da parte del terapeuta: – Lo psicoterapeuta opera delle discriminazioni in base alla religione, all’etnia, alla nazionalità, all’estrazione sociale, allo stato socio-economico, al sesso, all’orientamento sessuale, o alla condizione di disabilità del paziente. – Lo psicoterapeuta cerca di imporre i propri valori sul paziente. – Lo psicoterapeuta usa la propria influenza per modificare le convinzioni politiche del paziente o il suo credo religioso. – Lo psicoterapeuta non rispetta la privacy del paziente. – Il paziente è mantenuto in una situazione di dipendenza dal terapeuta. – Lo psicoterapeuta non è preparato e aggiornato professionalmente. – Lo psicoterapeuta mischia vita professionale e vita privata con il paziente. – Lo psicoterapeuta effettua interventi di psicoterapia con persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. – Lo psicoterapeuta utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi.

A questa lista imprescindibile di violazioni etiche aggiungo delle considerazioni personali, condivise senza dubbio da molti altri colleghi. Si tratta di modalità che, se pur non punibili a norma di legge, spesso pregiudicano il buon esito di una psicoterapia: – Lo psicoterapeuta non ha effettuato una terapia personale. – Lo psicoterapeuta non è in grado di spiegare in che modo il processo di psicoterapia aiuterà la persona a raggiungere i proprio obiettivi. – Lo psicoterapeuta effettua interventi di psicoterapia individuale con persone che hanno tra loro importanti rapporti di natura personale. – Lo psicoterapeuta critica e colpevolizza il paziente. – Lo psicoterapeuta biasima la famiglia, gli amici o il partner del paziente. – Lo psicoterapeuta dà consigli avventati. – Lo psicoterapeuta parla eccessivamente (di sé) senza che ciò abbia uno scopo terapeutico. – Lo psicoterapeuta non parla per niente. – Lo psicoterapeuta non ricorda importanti informazioni del paziente. – Lo psicoterapeuta non presta attenzione al paziente. E con questo ho concluso la mia breve trattazione sul rischio iatrogeno in psicoterapia. Spero con queste mie indicazioni, tutt’altro che esaustive, di aver fornito alcuni criteri nella difficile scelta di un terapeuta e nella ancora più difficile valutazione di una terapia in corso…

BIBLIOGRAFIA – Bianciardi, M.- Telfener U. (1998) “Ammalarsi di psicoterapia. Il rischio iatrogeno nella cura”, Franco Angeli. – Clarkson, P. (1992)”Further through the looking glass: explorations of transference and countertransference”, TAJ, 21, 2, pp.99-107. – Freud, S.: Analisi terminabile e interminabile (1937). In O.S.F. vol. 11, Boringhieri, Torino, 1979. – Novellino, M. (1984), “Self-analysis of countertransference in integrativeTA”, TAJ, 14,1 , pp. 63-67. – https://www.psy.it/codice-deontologico-degli-psicologi-italiani

Decluttering

Cos’è il Decluttering

Il decluttering, o Space Clearing, è una disciplina legata al Feng Shui. Secondo quest’antica arte taoista della Cina, l’accumulo di oggetti inutili e disordinati impedirebbe il fluire delle energie positive. Creando addirittura situazioni di stasi capaci di influire negativamente sul benessere interiore.

Accumulare oggetti ci tiene legati al passato e ci limita nell’affrontare i cambiamenti con energia positiva. Le cianfrusaglie e gli oggetti inutili creano disordine, ingombrano le nostre stanze e i nostri armadi e generano caos, non solo esteriore ma anche dentro di noi.

Spesso si conservano oggetti o utensili pensando “forse un domani serviranno” ma questo atteggiamento denota insicurezza, sfiducia nel futuro e un eccessivo attaccamento al passato. Riempire la propria casa di oggetti può addirittura essere un campanello d’allarme che segnala un vuoto interiore che non sappiamo o vogliamo riconoscere.

Prenditi un momento per visualizzare vividamente tutti i fastidi che ti creano gli oggetti quando vengono abbandonati in un accumulo nella tua casa. Ai soldi che hai speso per avere quegli oggetti, senza che ti dessero niente di davvero valido in cambio. A quelli che ancora spendi per pagare (e non usare) lo spazio che occupano. Alla sensazione di pesantezza e affanno che provi guardando quei mucchi inerti. Al tempo che perdi per cercare quello che ti serve, a spostare la roba da una parte all’altra della casa, e a tutto quello che dovrai impiegare per potertene finalmente liberare. Se hai già fatto un corso di Feng Shui, pensa a tutti i danni che quegli accumuli ti stanno provocando attraverso il principio di risonanza, a quanti aspetti della tua vita e della tua persona vengono bloccati e devitalizzati per via degli oggetti inutili che soffocano il tuo spazio vitale. A tutte le corse a cui stai arrivando ultimo, perché ti trascini quella enorme palla al piede.

Te lo sei fatto, un bel film? Allora dovresti già aver capito qual è la prima regola quando si ha la casa piena di oggetti inutili. La prima regola del decluttering è: non portare mai oggetti inutili in casa. Non portare. Mai. Oggetti inutili. In casa.

Quando si parla di decluttering e di disturbo da accumulo si tende a pensare al trattenimento degli oggetti che sono già in nostro possesso. Il trattenere però è solo una faccia della medaglia; il lato yin, se vogliamo. Il lato yang, ovviamente, è il comprare, il raccogliere, il portare gli oggetti dentro casa, dove verranno poi trattenuti.

1. Ogni singolo oggetto che intasa il tuo spazio ci è stato portato. Il problema si manifesta dentro, ma arriva da fuori.
2. Non importa quanto diventi abile nel liberare il tuo spazio. Sarà tutta fatica sprecata se non impari a mantenerlo libero.Per fare questo ci sono, certo, piccoli accorgimenti pratici per difendere i nostri confini, piccole cose apparentemente banali che fanno la differenza. Ognuno ha le sue situazioni particolari e non ci sono soluzioni valide per tutti. La vera soluzione è cambiare il nostro modo di pensare, e per cominciare, puoi provare a rispondere a queste domande:

  1. Guarda gli oggetti che formano i tuoi accumuli. Come sono arrivati dove sono? Ce li hai portati tu? Da dove? Perché? Cosa pensavi mentre li compravi/raccoglievi?
  2. Qual è il genere di oggetti che usi meno nonostante venga regolarmente portato in casa?
  3. Ci sono oggetti di cui compri o raccogli una versione nuova pur non avendo ancora esaurito l’utilizzo di quella vecchia? Dalle penne di riserva ai libri (ne compri di nuovi quando ne hai ancora di non letti?), dov’è che crei abitualmente un eccesso?
  4. Quali sono gli oggetti che fluiscono verso casa tua che sarebbe più facile fermare? Materiale pubblicitario? Riviste che non hai tempo di leggere? Campioncini gratuiti? Confezioni vuote ormai inutili? Ricordini di viaggio?…sorpresine dell’ovetto Kinder?

Per proteggere il nostro spazio dagli oggetti inutili bisogna imparare a riconoscerli come oggetti inutili prima che si rivelino tali dentro casa. L’esperienza dimostra che se un oggetto non è molto utile – direi di un grado di utilità vicino alla necessità – molto probabilmente rimarrà presto inutilizzato.

Se hai anche solo il minimo problema di accumulo, ti basterà una breve riflessione per constatare che la grande maggioranza degli oggetti che hai in casa non viene mai usata. E questo non perché gli oggetti che teniamo siano sempre inutili in assoluto; semplicemente, passato un certo numero di oggetti non c’è più il tempo materiale per utilizzarli tutti! Ma facciamo pure un passetto in più, e riflettiamo sul fatto che passiamo molto più tempo a faticare per guadagnare i soldi che servono a comprare gli oggetti di quanto ne passiamo poi a godere di quegli oggetti.

Perché allora ne abbiamo così tanti? Perché continuiamo a comprare, raccogliere, riempire? una delle ragioni più importanti – e molto in linea con il periodo natalizio – è questa: ci hanno abituati a pensare che i problemi si possono risolvere comprando cose nuove.

Presta attenzione per un giorno ai messaggi mediatici che ti arrivano, e poi prova a stimare quanti di questi ti esortano a usare la testa per risolvere i tuoi problemi e ottenere soddisfazione, rispetto a quanti ti esortano a comprare qualcosa. A sentire le voci nell’etere, sembra che entrare in possesso di nuovi oggetti sia la soluzione garantita per problemi di ogni genere, ma soprattutto, a quello più antico e più universale: come essere più felici, o meno infelici.
Il fatto, banale se vuoi, è che alle persone che commercializzano la maggior parte degli oggetti oggi in vendita non piace molto che tu usi la testa per risolvere i problemi. Specialmente se vendono cose che si trasformano in accumuli inerti un nanosecondo dopo averle comprate. 

C’è un trend abbastanza recente della ricerca psicologica soddisfazione generata dall’acquisizione di nuovi oggetti rispetto a quella generata da esperienze desiderabili: procurarsi esperienze piacevoli genera una soddisfazione più intensa e più duratura che acquisire nuovi oggetti.  In sostanza, la ricerca dimostra che se hai 100 euro da spendere per un regalo, regalare un biglietto per un concerto, un buono per un trattamento estetico, o un massaggio, o una degustazione, o un corso di una giornata, genera nella persona che lo riceve un piacere nettamente maggiore, e che ricorderà con piacere quell’esperienza molto più a lungo di quanto ricorderebbe uno schiaccianoci di design o l’ennesimo elettrogadget.

C’è anche un motivo più sottile per cui le esperienze creano più felicità degli oggetti. Possiamo accumulare tutte le belle esperienze che vogliamo, e continueranno a renderci sempre più felici. L’accumulo di oggetti, invece, oltre certi limiti crea solo più problemi. 

Stabilito che le esperienze danno più soddisfazione degli oggetti, proviamo a fare un passo più in là: chi l’ha detto che le esperienze più belle sono sempre quelle che dobbiamo pagare? 

Se non abbiamo i soldi per regalare un’ora di sauna e massaggio svedese a seguire, possiamo offrirci di fare qualcosa di bello per/con la persona cara, di passare del tempo insieme in un’attività prediletta, o di aiutarla a raggiungere un suo obiettivo. Possiamo spendere meno tempo a scegliere oggetti che danno una soddisfazione molto effimera, e passarne di più a cercare di capire veramente le persone e quello che le farebbe più felici. Volendo, possiamo anche mettere il nostro gesto in un biglietto dove esprimiamo i nostri sentimenti e il nostro dono. Gioverà ai nostri rapporti, a noi, alle nostre finanze, e forse, se siamo in tanti, anche a tutta la comunità, sempre più sotto pressione per problemi causati dall’avidità di pochi.

Il nostro tempo è la sostanza di cui è fatta la nostra vita, e solo una cultura perversa può indurci a pensare che valga meno di un telefonino ultimo modello. Il nostro tempo e le nostre energie sono un regalo prezioso, ma per averne da regalare dobbiamo prima riprenderceli, e un ottimo modo per cominciare a farlo è liberarsi dalla dipendenza da oggetti. Gli oggetti promettono esperienze appaganti, ma non mantengono quella promessa perché tutto il nostro tempo se ne va per pagare e gestire gli oggetti stessi. Per uscire da questa trappola di abbondanza tossica, è utile riflettere su come possiamo vivere direttamente le esperienze che ci appagano davvero, senza passare per gli oggetti.

Una tragedia silenziosa

Una Tragedia Silenziosa

C’ è una tragedia silenziosa che si sta sviluppando giorno dopo giorno nelle nostre case e riguarda i nostri più preziosi gioielli: i nostri figli. I nostri figli sono in uno stato emotivo devastante.
Negli ultimi 15 anni, i ricercatori ci hanno regalato statistiche sempre più allarmanti su un aumento acuto e costante della malattia mentale infantile che ora sta raggiungendo proporzioni epidemiche:

Le statistiche non mentono:
• 1 bambino su 5 ha problemi di salute mentale
• Si è notato un aumento del 43 % dell’ADHD
• Si è notato un aumento del 37 % della depressione adolescenziale
• Si è notato un aumento del 200 % del tasso di suicidi nei bambini tra i 10 e i 14 anni.

Cosa sta succedendo e cosa stiamo facendo di sbagliato?

I bambini di oggi sono sovra-Stimolati e sovraccarichi di oggetti materiali, ma sono privati di ciò che è veramente fondamentale per un’infanzia sana e felice, come:
• Genitori emotivamente disponibili
• Limiti chiaramente definiti
• Responsabilità
• Nutrizione equilibrata e una buona qualità del sonno
• Movimento all’aria aperta
• Gioco creativo, interazione sociale, opportunità di gioco non strutturato e spazi per la noia.

Invece, questi ultimi anni li abbiamo riempiti di:
• Genitori distratti digitalmente
• Genitori indulgenti e permissivi che lasciano che i bambini “Governino il mondo” e siano quelli che mettono le regole
• Un senso di diritto, di immeritatamente tutto senza guadagnarselo o senza essere responsabile di ottenerlo
• Sonno inadeguato e nutrizione squilibrata
• Uno stile di vita sedentario
• Stimolazione senza fine, babysitter tecnologiche, gratificazione istantanea e assenza di momenti noiosi.

Cosa fare?
Se vogliamo che i nostri figli siano individui felici e sani, dobbiamo svegliarci e tornare alle basi.
È ancora possibile…con le seguenti raccomandazioni:

• Imposta i limiti e ricorda che sei il capitano della nave. I vostri figli si sentiranno più sicuri sapendo che avete il controllo del timone.
• Offri ai bambini uno stile di vita equilibrato pieno di ciò che di cui hanno bisogno, non solo di quello che vogliono. Non aver paura di dire “no” ai tuoi figli se quello che vogliono non è quello di cui hanno bisogno.
• Fornisci alimenti nutritivi e limita il cibo spazzatura.
• Passa almeno un’ora al giorno all’aperto facendo attività come: ciclismo, camminata, pesca, osservazione degli uccelli / insetti.
• Godetevi una cena familiare quotidiana senza telefoni o tecnologia che li distragga.
• Giocate con giochi da tavola in famiglia o se i bambini sono molto piccoli per i giochi da tavola, lasciatevi trasportare dai vostri interessi e permettete che siano loro a condurre in gioco.
• Coinvolgi i tuoi figli in qualche compito o lavoro in casa secondo la loro età (piegare i vestiti, ordinare i giocattoli, appendere i vestiti, sistemare i viveri, mettere il tavolo, dare da mangiare al cane ecc.).
• Implementare una routine di sonno coerente per garantire che il tuo bambino dorma abbastanza. Gli orari saranno ancora più importanti per i bambini in età scolastica.
• Insegnare responsabilità e indipendenza. Non li proteggere in eccesso contro ogni frustrazione o ogni errore. Sbagliare li aiuterà a sviluppare resilienza e impareranno a superare le sfide della vita,
• Non caricate lo zaino dei vostri figli, non portate i loro zaini, non portategli il compito che si sono dimenticati, non gli sbucciate le banane ne’ le arance se lo possono fare da soli (4-5 anni). Invece di dare loro i pesci, educateli a pescare.
• Educateli ad aspettare e a ritardare la gratificazione.
• Fornisci opportunità per la “noia”, visto che la noia è il momento in cui la creatività si sveglia. Non vi sentite responsabili di tenere sempre i bambini divertiti.
• Non usare la tecnologia come una cura per la noia, né la offrite al primo secondo di inattività.
• Evitare l’uso della tecnologia durante i pasti, nelle automobili, nei ristoranti, nei centri commerciali. Usa questi momenti come opportunità per socializzare allenando così i cervelli a saper funzionare quando saranno in modalità “noia”.
• Aiutali a creare un “vasetto della noia” con idee di attività per quando sono annoiati.
• Spegnere i telefoni di notte quando i bambini devono andare a letto per evitare la distrazione digitale.
• Diventa un regolatore o un allenatore emotivo dei tuoi figli. Educali a riconoscere e a gestire le proprie frustrazioni e rabbia.
• Educateli a salutare, a prendere turni, a condividere senza rimanere senza nulla, a dire grazie e per favore, a riconoscere l’errore e scusarsi (non li obbligate ), siate modello di tutti quei valori che inculcate loro.
• Collegati emotivamente – sorrisi, abbracci, baci, solletichi, lettura, danza, salti, giocate con loro.

Articolo scritto dal dott. Luis Rojas Marcos psichiatra

Psicoterapia Sostenibile

Cosa si intende per psicologia sostenibile

Alcuni anni fa hanno preso il via le attività del Gruppo di Lavoro Psicologia Sostenibile, che aveva e ha ancora oggi lo scopo di definire il senso concettuale d’interventi psicologici effettuati all’insegna della sostenibilità e di fornire modelli esecutivi ragionati alle realtà organizzative e cliniche che sul territorio già hanno mosso i primi passi in questa direzione. Un impegno, quello del GdL, che si delinea su due fronti:

  • la progressiva definizione semantica di un costrutto piuttosto sfaccettato come quello di sostenibilità;
  • la costruzione di orientamenti organizzativi utili a chi decidesse di dedicare la propria esperienza professionale alla creazione e alla gestione di servizi di psicologia sostenibile.

Il termine “sostenibile” sollecita in chi lo ascolta rapide associazioni che ne rendono intuibile il significato come qualcosa di sopportabile, di fattibile, qualcosa che non supera le proprie possibilità, che non mette in difficoltà chi ha bisogno, anzi lo aiuta. Non è qualcosa priva di costi ma è tutto sommato sostenibile.

Con riferimento a servizi di psicologia e psicoterapia, che sono quelli di cui il GdL si occupa, l’approdo più immediato del pensiero è quello relativo alla dimensione tariffaria: sostenibile significa quindi che è economicamente vantaggioso.

A questo punto ci si rende subito conto che l’immediata comprensione di significato, che accompagna il termine sostenibile, nasconde qualche insidia che, nel nostro caso potrebbe porre in evidenza uno dei significati di sostenibilità a scapito di altri che a nostro avviso sono parimenti importanti.

Se è evidente, infatti, che una proposta di servizi di psicologia e psicoterapia sostenibili rivolti alla persona deve contemplare necessariamente particolari accorgimenti relativi alla tariffa proposta all’utente, la questione della tariffa non è l’unica preoccupazione che affligge il professionista o i professionisti che scelgono di spendere tutta o parte della propria vita professionale all’interno di un modello di psicologia sostenibile.

Competenza e sostenibilità: due facce della stessa medaglia

Prima di passare agli elementi più procedurali legati all’intervento vogliamo menzionare un elemento assolutamente portante il nostro concetto di sostenibilità che però potrebbe rischiare di essere adombrato da una concezione di accessibilità troppo sbilanciata verso il contenimento tariffario.

Ci riferiamo alla qualità dei servizi offerti e alla competenza di coloro che li offrono. Quanto detto finora a proposito dei tempi di attesa e al numero di prestazioni settimanali può essere applicato a qualunque prestazione professionale ma quando la prestazione riguarda la salute della persona, come nel nostro caso, i concetti di competenza e sostenibilità diventano due facce della stessa medaglia.

Alle politiche che l’Ordine ha messo in atto negli ultimi anni a tutela della professione, va affiancato un instancabile aggiornamento e supervisione delle pratiche professionali a protezione dell’utente; in questo senso pensiamo che la costituzione in gruppi di lavoro e organizzazioni che provvedono a dotarsi di sistemi di supervisione e autoregolazione possano essere, non un obbligo ma un’opportunità per espandere al meglio il concetto di sostenibilità.

A cura del Gruppo di lavoro Psicologia Sostenibile – Ordine degli Psicologi Regione Lazio

10° Pregiudizio – Ah Sei Psicologo?!

AH… Sei Psicologo?!

allora hai poteri paranormali e riesci a leggermi la mente!!

Quanti colleghi possono dire di aver ricevuto questa affermazione, nei contesti relazionali? tantissimi!!!

Ciò non accade ad esempio ai medici radiologi; non si pensa che possano fare una radiografia con gli occhi. Questa affermazione implica l’implicito che la psicologia e la psicoterapia sono attività professionali sanitarie che richiedono specifici contesti per essere applicate.

Lo studio del professionista, il setting, la relazione sono lo strumento, al pari della macchina TAC, che lo psicologo utilizza, per rendere visibile ciò che genera il disagio.

Al di fuori di questo contesto, anche il codice deontologico vieta l’utilizzo delle tecniche psicologiche, considerandolo un abuso professionale.

I 10 Pregiudizi sullo Psicologo

Breve viaggio alla scoperta dei falsi miti che circondano la figura dello psicologo

Chi non ha visto, negli ultimi mesi, almeno un film o una trasmissione Tv in cui siano coinvolti psicologi o, meglio ancora, in cui si parla di psicoterapia?
Avete mai aguzzato i sensi e rintracciato tutti i pregiudizi e gli stereotipi che circolano in merito agli psicologi, alla psicoterapia ed alla psicologia?
Spesso in Tv vengono ricreate vere e proprie ambientazioni di una psicoterapia in cui si interfacciano terapeuti e pazienti in scene talvolta veritiere, talvolta surreali.
Sulla professione dello psicologo e dello psicoterapeuta, comunque, ci sono ancora poche informazioni: se ne parla poco e male, anzi, troppo e male. E’ diventata, infatti, una moda quella di inserire nei contesti più svariati – telefilm, talk show, reality – figure che hanno a che fare con la salute mentale a vario titolo, ma spesso le informazioni divulgate sono errate e frutto di fantasia e pregiudizi.
Quella dello psicologo/psicoterapeuta è una tra le professioni più fraintese, perché poco conosciuta. Su di essa circolano miti e stereotipi da sfatare, che rendono spesso inaccessibile a chi ne ha bisogno l’aiuto necessario

8° Pregiudizio – Lo psicologo costa troppo!

Se avete pensato di rivolgervi ad uno Psicologo, oppure se vi è stato consigliato, forse la prima reazione è proprio questa: ne avrei bisogno, ma non posso permettermelo, costa troppo.

Cosa fare in questi casi? Come si esce da questa trappola?

Si inizia da un serio ed onesto auto-esame: siete sicuri che il problema sia economico? Sembra una domanda scontata: in realtà molte persone sono restie a rivolgersi ad uno Psicologo per tutta una serie di pregiudizi, tra i quali il timore di essere considerati matti. Certi timori minano profondamente la motivazione, ed ecco allora che emergono tutte le difficoltà collaterali: costa troppo, è lontano, devo parlare dei fatti miei, non posso farlo sapere in giro, ecc.

In secondo luogo non è detto che i costi siano così irragionevoli: spesso le persone immaginano tariffe spropositate, e per tutta una serie di pregiudizi di cui abbiamo parlato evitano di verificare in modo concreto il costo effettivo di una seduta di psicoterapia. Basterebbe una telefonata, ma chi se la sente di telefonare al dottore dei matti…

Esiste un Tariffario di riferimento a cui gli Psicologi solitamente si attengono (anche se il D.L. 4/7/2006 n. 233 c.d. ‘Decreto Bersani’ ha abolito la tariffa minima, gli Ordini Professionali possono dare indicazioni sulle tariffe), che indica prezzi minimi e massimi per ogni prestazione. Nel caso di un colloquio di psicoterapia individuale il prezzo indicato varia da un minimo di 40 ad un massimo di 140 euro a seduta.

Come succede un po’ in tutti i casi, risparmiare si può. Ecco alcune semplici regole per non spendere troppo dallo Psicologo:

1)      cercate di intraprendere un percorso psicologico possibilmente quando vi accorgete di avere un problema: chi ha tempo non aspetti tempo, recita un famoso proverbio. Se aspettate troppo, il problema psicologico di cui soffrite potrebbe peggiorare, aumentando considerevolmente la durata della terapia e quindi i costi

2)      prevenire è meglio che curare: vale sia in medicina che in psicologia, ma non tutti lo sanno. Provate a considerare lo Psicologo come fosse un dentista: fare controlli regolari permette di prevenire patologie peggiori, e quindi alla fine di risparmiare soldi

3)      informatevi sulla durata della terapia: è un luogo comune molto diffuso il ritenere che la psicoterapia duri decenni. Questo è vero solo per alcune forme di psicoterapia, più profonde e strutturate. Ma esistono orientamenti terapeutici mirati (es. sui disturbi d’ansia) che possono durare mesi e non anni

4)      informatevi sul costo della terapia: telefonate, telefonate, telefonate…

5)      contattate professionisti giovani: hanno meno pazienti e più voglia di essere flessibili (tariffe, orari, ecc.), inoltre hanno entusiasmo da vendere

6)      infine non dimenticate il Servizio Pubblico: non verrete accolti in un salotto, ma potrete trovare Professionisti affidabili e preparati quanto quelli privati. Basta avere un po’ di pazienza ed accettare l’eventuale lista d’attesa: ne vale la pena, visto il notevole risparmio, no?

7° Pregiudizio – La psicoterapia dura troppo!

Dottore, quanto ci vorra?

Questa domanda nasce da un pensiero del tipo “tutto-o-nulla”, come se fosse possibile delimitare chiaramente un “prima” e un “dopo” nel processo di cambiamento e di costruzione di un equilibrio differente da quello che ha portato allo sviluppo della patologia.
Il lavoro psicoterapeutico in realtà non ha uno svolgimento lineare: tende progressivamente al miglioramento del quadro psicologico, ma può presentare momenti di stallo alternati a momenti di rapido avanzamento e anche momenti di temporanea regressione.
Ciò che accade nella vita del paziente nel corso del trattamento può avere  una grande influenza, .

Quali fattori influenzano la durata di un percorso psicoterapeutico?

Si tratta di fattori individuali e relazionali che generano ostacoli o, al contrario, facilitano il processo di cambiamento del paziente, quali :

rimandare l’inizio della terapia prelude a percorsi più lunghi;  gravità del disturbo:  complessità del quadro sintomatologico: un paziente che presenta un solo disturbo o un solo sintomo è più semplicemente trattabile rispetto ad uno che presenta più sintomi o più diagnosi; il significato del disturbo; l’atteggiamento dell’ambiente familiare; la presenza di una rete sociale;  life events; L’ orientamento psicoterapeutico: il tipo di psicoterapia scelta influenza in parte la sua durata, ma non la determina con certezza, dal momento che non è possibile conoscere in anticipo la reazione del paziente al trattamento. In linea teorica una “psicoterapia breve” dura di meno, ma il suo successo dipende da tutti i fattori sopra elencati e dal fatto che il singolo paziente risponda favorevolmente allo stimolo costituito da quel particolare tipo di terapia. Analogamente non è detto che psicoterapie che hanno la fama di essere più lunghe lo siano davvero: una persona che si sente molto male quando si rivolge allo psicologo psicoterapeuta, ma che in realtà non presenta una situazione oggettivamente grave, può risolvere il proprio problema e sentirsi meglio nel corso di un trattamento breve di qualunque orientamento. Allo stesso modo una terapia breve e fortemente strutturata può rappresentare un tentativo terapeutico fallimentare e concludersi senza che il paziente sia guarito, lasciandolo con la necessità di intraprendere un nuovo e diverso percorso.

2° Pregiudizio – Lo psicologo è per i deboli!

Andare dallo psicoterapeuta significa non farcela da soli

Quella del dovercela fare da soli è una convinzione molto radicata. Molte persone pensano di dover affrontare le proprie difficoltà da sole, senza chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta. Ma nessuno si sognerebbe di risolvere un problema cardiaco senza andare dal cardiologo. Nessuno si sognerebbe di riparare il motore della propria auto andando a mettere le mani in posti che non conosce. E chi lo fa si trova, inevitabilmente, con un danno raddoppiato.
Quindi perché mai non dovrebbe valere lo stesso per lo psicoterapeuta? E’ certamente più facile accettare di farsi guardare le tonsille da un medico o di farsi fare la messa in piega da un parrucchiere, mentre è più difficile accettare che uno professionista della mente si intrufoli nel proprio intimo, ma le cose diventano più facili se si pensa che anche quello è un lavoro e, come esiste l’esperto del cuore che è il cardiologo, allo stesso modo esiste l’esperto della mente.

Il pregiudizio

Il pregiudizio ha la funzione di facilitare la capacità di previsione dell’azione dell’altro. Si costruiscono così innumerevoli verità parziali, quelle che Allport ha definito come “nocciolo di verità”, che costituiscono gli stereotipi.

In base a ciò limitiamo la nostra possibilità di scoperta, restando ancorati a ciò che facilita il pensiero e i processi cognitivi. La curiosità aiuta ad evolvere e andare oltre il pregiudizio e lo stereotipo.

           

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