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Attività Istituzionali

  • Attività istituzionali

    Attività istituzionali

    Psicoterapia economicamente accessibile, qualitativa e professionale. L’Associazione PSY ONLUS considera “la psicoterapia un bene che deve essere fruibile a tutti, indistintamente da sesso, religione, etnia, posizione. Questa mission personale e professionale, oltre che essere presente nella pratica professionale individuale, ha trovato forma nella costituzione nel 2005 dell’Associazione PSY ONLUS – Consultorio Psicoterapia e Psicologia Clinica. Questa realtà garantisce l’utenza in quanto il lavoro in rete di un professionista determina una costante valutazione della sua qualità professionale, oltre che dell’aderenza al codice deontologico professionale, elementi fondamentali nell’esercizio di qualsiasi professione ma che in questa sono necessari più dei titoli accademici.
  • Psicoterapia per tutti

    Psicoterapia per tutti

    Si tratta di servizi che, utilizzando specifiche tecniche terapeutiche, propongono percorsi di comprensione e cambiamento, profondo e globale, dei processi personali attraverso i quali le persone si limitano e si mantengono nel disagio.

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  • Sportello di Ascolto Psicologico

    Sportello di Ascolto Psicologico

    Lo Sportello di Ascolto Psicologico è stato pensato e voluto come uno spazio di accoglienza delle persone, dentro il quale è possibile offrire risposte ai vari interrogativi che via via vengono a formarsi nel corso della vita.Lo Sportello è un Servizio Gratuito e di libero accesso ed è aperto ogni primo sabato del mese presso la sede della nostra associazione dalle ore 10 alle ore 13.

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  • Sportello famiglia

    Sportello famiglia

    Lo Sportello Famiglia è un’attività di prevenzione della gestione della conflittualità genitoriale finalizzata alla riduzione del danno evolutivo sui figli minori.

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  • Sportello Benessere Alimentare

    Sportello Benessere Alimentare

    Il benessere alimentare è un fattore preventivo della salute delle persone.

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  • Sportello per le vittime di Cyberbullismo

    Sportello per le vittime di Cyberbullismo

    L’associazione Psy si rende attiva nella lotta a questo tipo di comportamenti, mettendo a disposizione uno spazio settimanale di accoglienza e supporto alle giovani vittime.

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  • Emergenza Covid-19

    Emergenza Covid-19

    L’Associazione ha attivato il Sportello Send Help – intervento psicologico per aiutare a sostenere l’emergenza emotiva derivante dalla pandemia e lo Sportello a Distanza per sostenere le donne vittime di violenza e con problemi di dipendenza psicologica

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  • Consulenza psichiatrica e psicodiagnosi

    Consulenza psichiatrica e psicodiagnosi

    Sono consulenze specialistiche per disagi relativi alla sfera personale e psichica finalizzate all’inquadramento diagnostico e alla cura attraverso lo sviluppo di un piano terapeutico

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  • Mediazione familiare

    Mediazione familiare

    La Mediazione si pone l’obiettivo di rendere la coppia protagonista e responsabile nella gestione del conflitto in un’ottica di continuità genitoriale.

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  • Sai a chi rivolgerti?

    Sai a chi rivolgerti?

    Sono consulenze specialistiche per disagi relativi alla sfera personale e psichica finalizzate all’inquadramento diagnostico e alla cura attraverso lo sviluppo di un piano terapeutico

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  • Rete Territoriale

    Rete Territoriale

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INFORMAZIONI
  • Consulenza o Terapia?

    Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

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  • Codice di condotta

    Relativo all'utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell'attività professionale degli psicologi.

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  • Consulenza competente

    La malpratique professionale è ancora diffusa e crediamo che una utenza informata possa essere un viatico alla svolgimento corretto di una professione molto utile e che amiamo.

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  • Codice deontologico

    In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell'Ordine nell'adunanza del 27-28 giugno 1997.

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  • Quanto costa la Psicoterapia

    L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

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  • Diritti del paziente

    Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

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  • Quanto può durare la Psicoterapia

    La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

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  • Colloquio Psicologico Gratuito

    La consulenza psicologica gratuita è un intervento, se effettuato sulla base di specifiche competenze professionali e tecniche, che ha di per se una azione di cura ed è una prestazione professionale che ha già la potenzialità di generare il cambiamento.

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  • Parcella deducibile / rimborsabile

    Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

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  • Erogazioni liberali alle ONLUS

    Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

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SENSIBILITA’​ E DISAGIO PSICHICO

SENSIBILITA’​ E DISAGIO PSICHICO

Data di pubblicazione: 6 novembre 2019

L’alta sensibilità è considerata un dono, un modo speciale ed intenso a livello emotivo di vedere e comprendere ciò che ci circonda. Ebbene, per molte persone è come vivere all’interno di un palloncino circondato da un mondo fatto di spilli.

Essere persone altamente sensibili (PAS) presuppone sopratutto prestare, quasi istintivamente, una maggiore attenzione ai dettagli e alle sottigliezze dell’ambiente circostante. Si sminuzza ogni parola, ogni gesto, ogni tono di voce, per dedurre un’informazione che molte altre persone non percepiscono o alla quale non rispondono.

Ci sono persone che viaggiano fino alla cima più alta di una montagna per vedere le stelle; l’alta sensibilità, invece, ripone la luce del firmamento nel nostro cuore, per permetterci di vedere in modo più dettagliato le luci e le ombre delle persone.

Essere più recettivi alle emozioni o alle incongruenze di coloro che ci circondano, porta spesso a precipitare negli abissi dell’incapacità di difendersi. Così, finiamo per vivere in un mondo che non sempre comprendiamo e che, molte volte, ci conduce sulla strada della depressione.

L’alta sensibilità: un cervello molto recettivo alle sottigliezze dell’ambiente circostante

Elaine Aron è la massima autorità dello studio dell’alta sensibilità, la quale coniò il termine stesso nel 1991. Lungi dall’essere un sottotipo delle personalità introverse, le persone altamente sensibili (PAS) riflettono, in realtà, un insieme di caratteristiche molto distintive.

Ebbene, quali meccanismi soggiaciono a questo tipo di percezione, emozione ed intuizione? Se teniamo conto che questa dimensione rimase inesplorata fino agli anni 90, esisterà una buona parte della popolazione che, fino a poco tempo fa, non capiva perché si “sentiva diversa”.

Se siete abbastanza fortunati da sentirvi diversi dagli altri, non cambiate; è un dono che vi rende unici e che vi permetterà di vedere il mondo più pienamente, con maggiore lucidità.

Sappiamo anche che, a volte, il termine “diverso” viene stigmatizzato e, ancor peggio, va sempre a braccetto con il concetto di sofferenza. Le persone altamente sensibili sono stanche di ascoltare frasi del tipo “prendi tutto in modo esagerata”, “qualsiasi cosa ti ferisce”, “non ti si può dire niente”.

Secondo uno studio realizzato nel 2010 e pubblicato sulla rivista “Social Cognitive and Affective Neuroscience” il motivo per cui queste personalità sono più sensibili a qualsiasi stimolo, tanto fisico quanto emotivo, ha una spiegazione a livello neurologico.

Basi neurologiche dell’alta sensibilità

Elaine Aron insieme ai suoi colleghi e ad alcuni psichiatri, come il dottor Arthur B. Lintgen, hanno realizzato un esperimento nel quale due gruppi di individui venivano sottoposti ad una serie di stimoli visivi, come luci, colori o semplici disegni.

Scoprirono che:

  • Le persone altamente sensibili relazionavano ogni stimolo ad un’emozione. I loro meccanismi neuropsicologici associavano gli stimoli visivi, auditivi o tattili ad una determinata situazione.
  • Le aree del cervello associate alla coscienza, alle emozioni, ai sentimenti di empatia ed i conosciuti neuroni specchio si attivavano maggiormente rispetto a quelli delle persone non altamente sensibili.
  • La soglia percettiva del dolore nelle persone altamente sensibili è molto bassa, a tal punto che una luce molto intensa o lo strofinio dei vestiti può provocar loro sofferenza.
  • L’alta sensibilità è anche relazionata ad un’eccezionale capacità nel captare i dettagli e le variazioni degli oggetti, dell’ambiente circostante o delle persone. Questo si spiega grazie alla maggiore attivazione delle aree del cervello implicate nell’associazione delle informazioni visive e nell’attenzione.

Un mondo di spilli: alta sensibilità e depressione

Una delle domande alle quali si cerca più spesso di dare risposta è se le persone altamente sensibili (PAS) sono più propense a soffrire di depressione. La risposta è semplice: non più degli altri. È anche vero, però, che patiscono maggiormente la tristezza quotidiana, la disillusione, la sensazione di sentirsi diverse. Tuttavia, tutto questo non determina la comparsa di uno stato depressivo.

Le persone altamente sensibili saranno più propense a soffrire di depressione nei seguenti casi:

  • Se hanno avuto un’infanzia traumatica o problemi familiari.
  • Se sono inconsapevoli della loro alta sensibilità e attribuiscono queste caratteristiche all’essere deboli, più vulnerabili degli altri e, pertanto, tendono all’isolamento.
  • Le persone altamente sensibili devono prendersi cura della loro autostima, capire la loro natura e controllare la “sovrastimolazione” giorno dopo giorno.
  • Frequentare ambienti in cui regna la pressione, i dissapori, nei quali si concentrano molte persone, suoni o luci possono portare ad un innalzamento dei loro livelli di cortisolo, che sfocia in stati di stress e di ansia distruttivi. È necessario controllare ogni stimolo e godersi alcuni istanti di solitudine.

Lungi dal vedere ciò che vi circonda come un palcoscenico pieno di spilli e di nemici pronti a ferirvi, godetevi la musica e l’arte di questo mondo pieno di meravigliose sottigliezze, che possono arricchirvi se glielo permetterete.

Una persona altamente sensibile deve prendere coscienza della sua sensibilità e trasformare il suo dono in un punto di forza, oltre a capire che la sua è una vita che nasce dal cuore, una virtù eccezionale che la differenzia dagli altri.

Quando il paziente non torna: il Drop-Out

Quando il paziente non torna: il Drop-Out

Data di pubblicazione: 3 novembre 2019

Ciò che spinge una persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta è, nella maggior parte dei casi, un vissuto di disagio, generato da una “crisi di decisionalità”: una condizione di stallo, da cui la persona non riesce ad uscire autonomamente.

Tuttavia il periodo che precede il primo contatto con un professionista è spesso denso di dubbi e resistenze, tanto che ci sono persone che pensano per mesi, o addirittura per anni alla possibilità di chiedere un sostegno psicologico, ed altre che possono non arrivare mai a questa decisione.

Per questo, riuscire prima a telefonare, e poi a recarsi dallo psicoterapeuta, viene generalmente vissuto con sollievo, come se la difficoltà più rilevante fosse appena stata superata.

Sicuramente la capacità delle persone di aggirare le proprie paure e le proprie reticenze, rivolgendosi ad un professionista, dimostra la presenza di risorse importanti.

Ma affacciarsi ad un percorso “immaginato” è cosa diversa dal percorso vero e proprio.

Non è in fondo questo secondo il momento in cui il paziente deve necessariamente e finalmente confrontarsi con la realtà della relazione terapeutica ed essere in grado di sostenerla?

Potrebbe, allora, essere questo uno scoglio ancora più grande del precedente?

Presumibilmente si, visto che l’esperienza del drop out è comune a tutti gli psicoterapeuti a prescindere dal loro orientamento e dalla loro esperienza.

Con il termine “Drop out”, che in inglese significa “ritirarsi”, ci si riferisce a quel fenomeno in cui un paziente interrompe prematuramente il percorso psicoterapeutico intrapreso.

Alcuni pazienti, seppur giunti in psicoterapia perché spinti da difficoltà che li avevano motivati ad incontrare lo psicoterapeuta, decidono improvvisamente di interrompere il percorso nella sua fase iniziale(dal primo incontro ai primi 3 mesi), a volte comunicando al terapeuta la propria decisione, altre volt, invece, senza alcuna comunicazione in merito.

Si tratta, in realtà, di un evento che si verifica anche in altri ambiti: un utente smette di avvalersi di un servizio prima che quel servizio sia stato compiuto nella sua interezza.

Una scelta dell’utente quindi, evidentemente legittima e conseguente al precoce raggiungimento dell’obiettivo, o al contrario alla sua insoddisfazione: un fenomeno “lineare”, basato su una logica di tipo “causa-effetto”, che sembrerebbe non necessitare di alcun tipo di approfondimento.

Se forse questo può essere vero in altri contesti, può essere riduttivo ragionare in questi termini anche nel caso della psicoterapia.

Il percorso psicoterapeutico è infatti un processo in cui non si cercano cause di effetti, ma piuttosto nessi e significati: anche un fenomeno come il “drop out” va significato, compreso e quanto più possibile prevenuto.

Ma quali possono essere le ragioni per cui si decide di interrompere un trattamento al suo inizio e senza quindi essersi dati l’opportunità di trarne beneficio?

Chi si rivolge uno psicologo, lo fa con tutta una serie di aspettative sull’incontro con lo psicoterapeuta e sulla psicoterapia.

E proprio le divergenti aspettative del paziente e dello psicoterapeuta, rappresentano uno degli elementi alla base della scelta di abbandonare il percorso appena intrapreso.

Spesso i pazienti arrivano in terapia convinti di trovare un operatore pronto ad elargire consigli: su come comportarsi in una data situazione, come risolvere un sintomo, come aiutare un’altra persona etc.

Come se lo psicoterapeuta fosse depositario di un sapere “assoluto” ed il suo compito fosse quello di insegnarlo al paziente.

Altre volte, il paziente identifica la figura dello psicoterapeuta con quella del medico, presentandosi quindi al professionista come un malato che deve essere curato, possibilmente con precisione chirurgica e rapidità farmacologica.

Il paziente sembra quindi mettersi, almeno inizialmente, in una posizione di “attesa” verso la risoluzione proposta dal clinico.

Niente di male: il paziente va in psicoterapia per fare il paziente e sta allo psicoterapeuta cercare di stimolare nuovi punti di vista.

L’esistenza stessa della psicoterapia dipende dalla Partecipazione di entrambi i componenti della coppia psicoterapeutica: dipende, in sostanza, dal nascere di una Relazione.

Naturalmente il fenomeno del drop out è molto complesso e dipendente da molteplici altre variabili.

Gli studi condotti in proposito hanno dimostrato, per esempio, una correlazione tra drop out e variabili quali l’età, il sesso e le caratteristiche socio demografiche dei paziente; tratti caratteriali dello psicoterapeuta etc.

Tuttavia ciò che può essere interessante in questa sede è indicare l’influenza sul fenomeno della motivazione del paziente al trattamento, che in qualche modo mette in gioco anche lo psicoterapeuta e la sua abilità di entrare in relazione con il paziente.

La motivazione è un concetto che di per sé risulta vago e che deriva da altre componenti, come per esempio la presenza di obiettivi a lungo termine; la necessità di ottenere un cambiamento, la risoluzione di alcuni sintomi o la mancata risoluzione degli stessi; la capacità di tollerare la frustrazione che il trattamento inevitabilmente comporta; l’inclinazione ad accettare spiegazioni di tipo psicologico.

Compito dello psicoterapeuta non può essere quello di farsi carico completamente di una motivazione che nasce in primo luogo dal paziente stesso; ma può essere quello di contribuire ad alimentarla, attraverso la propria presenza, attraverso il reale interesse –professionale ed umano- verso la persona che si ha davanti e attraverso il proprio autentico impegno.

Per questo, il fenomeno del drop out deve sempre interrogare il paziente come lo psicoterapeuta, sul significato dello stesso e può rappresentare un importante spunto di riflessione su come ci si è posti in quella relazione.

La relazione psicoterapeutica infatti è una relazione che vive su un piano totalmente unico rispetto alle relazioni che normalmente ciascuno di noi vive nel proprio quotidiano.

Essa si muove su una dimensione di tipo professionale, centrata sul raggiungimento di obiettivi concordati e ridefiniti nel tempo.

Ma resta comunque una relazione umana, centrata su affetti ed emozioni; e che di ricordi, affetti, emozioni e relazioni tratta.

Non può pertanto che essere un gioco di squadra, dove esistono le scelte del singolo individuo, su cui l’altro non può incidere e dove esiste contemporaneamente un terreno di collaborazione e reciprocità.

Il drop out si inserisce in questo terreno in maniera sfumata, rappresentando a volte una scelta indipendente dall’intervento, altre volte l’effetto di una corresponsabilità, che si gioca tuttavia sul silenzio di parole non dette ed emozioni vissute, il cui esito è la separazione.

Quest’ultima è una scelta che va rispettata e che ha sicuramente un senso: spesse volte anche durante i primi colloqui si attivano per altro risorse e riflessioni che sono utili al paziente e che possono anche generare circoli virtuosi.

Resta tuttavia importante il confronto su questa stessa scelta ; o quanto meno, se questo confronto proprio non è possibile, è importante che questa scelta non venga chiusa in un cassetto e resa muta, ma che divenga uno spunto per cogliere nuovi significati e nuove strade.

Fonti: Cognitivismo clinico (2006) “ll drop out nei disturbi di personalità: una review degli studi degli ultimi vent’anni” (K. Aringolo)

Cognitivismo clinico (2008) “il drop out nella terapia cognitivo-comportamentale: risultati da uno studio-caso controllo” (A. Rossi et al.)

Lo psicologo negli studi dei medici di base

Data di pubblicazione: 28 ottobre 2019

24 OTT – Gentile Direttore,

ho letto l’articolo riguardante la relazione congressuale del presidente nazionale del sindacato Snami, apparso sulla vostra testata. Del presidente Snami, mi ha particolarmente colpito l’affermazione: “Ma vogliamo dirlo che dello psicologo dentro i nostri studi non sappiamo cosa farcene?“

Non credo che il leader del secondo più rappresentativo sindacato nazionale dei medici di famiglia non sappia che vi sono tanti nostri colleghi (anche aderenti alla sua organizzazione) che hanno sperimentato l’interazione professionale con lo psicologo, nel proprio studio, da nord a sud del Paese. E, da nord a sud, tutti si sono detti entusiasti dei risultati raggiunti; in termini di opportunità e necessità di detta interazione professionale, di qualità dell’assistenza erogata e gradimento da parte degli assistiti.

 Per non parlare, poi, del miglioramento dell’appropriatezza nella prescrizione di farmaci ed esami diagnostici e del sollevamento del medico da un carico di lavoro immane e, possiamo, questo si, dirlo, devastante. Un carico di lavoro improprio che i Medici di Famiglia, quelli che, quotidianamente, si recano a lavorare, “certi dell’orario in cui entrano nel proprio ambulatorio e mai certi dell’orario in cui vi usciranno”, sono, ormai, da anni, costretti a sobbarcarsi; poiché è ben noto a tutti coloro che fanno questo lavoro, quanto il malessere psicosociale della gente sia enormemente aumentato e cerchi sfogo, risposte e sollievo, sempre più, dinanzi al proprio Medico di Famiglia. Spesso, unica figura, nell’ambito del SSN, disponibile ad ascoltare e su cui poter fare affidamento. Ma oggi, cosa può garantire da solo, dinanzi ad una simile richiesta d’aiuto, il Medico di Medicina Generale?

Un sostegno psicologico, un supporto specifico, dedicato e adeguato, alle persone che non hanno una patologia psichiatrica diagnosticata, vera e propria, ma semplicemente un disagio profondo, un malessere interiore, un momento di difficoltà, a causa del peso dei problemi e delle vicende a cui la vita tutti espone, deve poter essere garantito ad ogni cittadino; anche a coloro che non possono permetterselo economicamente e deve poter essere usufruibile facilmente e tempestivamente; ciò può essere solo nello studio del Medico di Famiglia. E il Medico di Famiglia moderno deve poter assurgere al ruolo di guida e di pilastro, nella molteplicità dell’offerta delle cure primarie territoriali, anche sotto questo aspetto. Ecco qualche esempio dell’opportunità e necessità che si diceva.

A tutti può accadere di scoprire, “un bel giorno”, di avere un cancro (può essere anche per il coniuge o un figlio); situazione che stravolge, improvvisamente, la vita ed espone al dover affrontare, con una forza che non tutti hanno, interventi chirurgici, chemioterapie, radioterapie, controlli ecc.; traumi per separazioni e divorzi; problemi di coppia, impotenza; dissidi familiari, specie tra genitori e figli (con tutte le devianze che conosciamo); soggetti costretti a convivenze difficilissime e psicologicamente devastanti, con familiari che hanno gravi patologie croniche, magari queste si, di tipo psichiatrico, o conviventi con malati di M. di Alzheimer o con anziani dall’assistenza complessa e sfiancante; uomini di mezza età, nel pieno della propria capacità lavorativa, che vengono improvvisamente licenziati e perdono l’equilibrio, la dignità e la forza per reagire; inoltre, tutte quelle situazioni che portano alle più svariate forme di psicosomatizzazione e che creano abuso di farmaci antinfiammatori, antidolorifici, antispastici, ansiolitici, sedativi, ipnoinducenti, integratori, ricostituenti ecc. ; per non parlare dell’esposizione a radiazioni, per esami radiologici inutili; e tanto, tanto altro ancora. Si tenga conto dei costi di tutto questo, a carico del SSN e del cittadino.

C’è poi l’aspetto della prevenzione.

Se il compito principale del Medico di Medicina Generale è quello della prevenzione e, attraverso la prevenzione, del mantenimento dello stato di salute, e se la definizione di Salute dell’OMS è: “Stato di benessere fisico, psichico e sociale”, anche l’azione di prevenzione dovrà tenerne conto. Pertanto, così come il Medico di Medicina Generale fa prevenzione delle malattie cardiovascolari, polmonari, metaboliche deve fare prevenzione anche di quelle mentali; sono anche queste “cronicità”. Ecco, allora, la necessità dell’interazione tra le due figure professionali. C’è poi la nuova condizione, recentemente registrata dall’OMS, la “Sindrome del Burn Out”; non è classificata come patologia psichiatrica e, quindi, verrebbe da chiedersi: chi la cura? Non potrebbe forse essere, competentemente, appannaggio del Medico di Medicina Generale, supportato dallo psicologo?

Bisogna dimostrare, secondo me, un più ampio respiro, guardare al futuro e cercare nuove sfide, scoprire nuovi orizzonti professionali. Questo deve fare, oggi, il moderno Medico di Medicina Generale, per riaffermare la propria specificità, in quanto unico medico, all’interno del SSN, che assicura una presa in cura globale, olistica, del paziente/persona; per dimostrare di possedere pieno titolo ad essere considerato e riconosciuto figura sanitaria centrale ed irrinunciabile, nell’ambito delle cure primarie sul territorio; cure che dovranno essere, e saranno, sempre più complesse e multidisciplinari.

Ora, nel timore che fondi destinati alla Medicina di Famiglia possano essere “stornati”, si sta compiendo l’errore di rigettare, pregiudizialmente, la possibilità di aprire un tavolo di confronto e di concertazione, per valutare i possibili vantaggi professionali che possono giungere da questa integrazione; confronto e concertazione che, a mio parere, se sviluppati con intelligenza e lungimiranza, possono dare grandi soddisfazioni, a tutti e sotto ogni aspetto. L’opinione pubblica ed il comune sentire stanno spingendo fortemente in questa direzione e chi amministra si sta dimostrando particolarmente aperto e disponibile; non “cogliere l’attimo” è un grave errore.

In Puglia, la mia regione, noi Mmg abbiamo, dal 2007, un Accordo Integrativo Regionale che, attraverso l’utilizzo dei fondi destinati al nostro comparto, permette l’assunzione oltre che dell’infermiere professionale e del collaboratore di studio, anche del fisioterapista e, addirittura, dell’ostetrica; la presenza di queste ultime due figure serve nei nostri studi? Perché è giusto, per la loro assunzione, l’utilizzo dei nostri fondi? Nessun dubbio sul fatto che il microteam debba potersi relazionare, nella cura della cronicità, con il fisioterapista, che però deve essere e rimanere “esterno” al microteam stesso ( e al suo finanziamento) e tanti dubbi e preclusioni, invece, per lo psicologo! Perché? Specie in considerazione di quel che si è detto finora e di tutte le evidenze esistenti.

Vorrei concludere suggerendo una riflessione. Sempre in Puglia, è stata promulgata una legge che prevede la presenza dello psicologo nelle scuole; mi chiedo: chi stabilirà chi è da sottoporre alle cure dello psicologo? Chi invierà uno studente o l’insegnante all’attenzione dello psicologo della scuola? 

 Studenti e insegnanti sono, loro pure, nostri assistiti; vuoi vedere, allora, che, mentre noi stiamo qui a preoccuparci del “task shifting” ad opera degli infermieri, finiremo per subirlo, senza accorgercene, paradossalmente, dai presidi.

Antonio Antonaci Medico di Medicina Generale Galatina (Lecce) 

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