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  • Le nostre attività istituzionali

    Le nostre attività istituzionali

  • Psicoterapia per tutti

    Psicoterapia per tutti

    Si tratta di servizi che, utilizzando specifiche tecniche terapeutiche, propongono percorsi di comprensione e cambiamento, profondo e globale, dei processi personali attraverso i quali le persone si limitano e si mantengono nel disagio.

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  • Consulenza psichiatrica e psicodiagnosi

    Consulenza psichiatrica e psicodiagnosi

    Sono consulenze specialistiche per disagi relativi alla sfera personale e psichica finalizzate all’inquadramento diagnostico e alla cura attraverso lo sviluppo di un piano terapeutico

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  • Sai a chi rivolgerti?

    Sai a chi rivolgerti?

    Sono consulenze specialistiche per disagi relativi alla sfera personale e psichica finalizzate all’inquadramento diagnostico e alla cura attraverso lo sviluppo di un piano terapeutico

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  • Psicoterapia di gruppo

    Psicoterapia di gruppo

    La terapia di gruppo è una possibilità altra di osservare e comprendere meglio i propri pattern relazionali in un contesto più naturale e complesso rispetto alla semplice interazione diadica col terapeuta il gruppo si pone infatti come “terzo elemento” della relazione terapeutica.

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  • Life & Business Coaching

    Life & Business Coaching

    Un servizio sostanzialmente rivolto a chi vuole aumentare le proprie performance individuali

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  • Sportello famiglia di accompagnamento psicologico e legale

    Sportello famiglia di accompagnamento psicologico e legale

    Lo Sportello Famiglia è un’attività di prevenzione della gestione della conflittualità genitoriale finalizzata alla riduzione del danno evolutivo sui figli minori.

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  • Sportello per le vittime di Cyberbullismo

    Sportello per le vittime di Cyberbullismo

    L’associazione Psy si rende attiva nella lotta a questo tipo di comportamenti, mettendo a disposizione uno spazio settimanale di accoglienza e supporto alle giovani vittime.

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  • I sabati del benessere psicologico

    I sabati del benessere psicologico

    Sono interventi che mirano a migliorare la capacità delle persone di comprendere sè stesse e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace.

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  • Mediazione familiare

    Mediazione familiare

    La Mediazione si pone l’obiettivo di rendere la coppia protagonista e responsabile nella gestione del conflitto in un’ottica di continuità genitoriale.

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  • Rete Associazione PSY Onlus

    Rete Associazione PSY Onlus

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INFORMAZIONI
  • Quanto costa la Psicoterapia

    L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

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  • Consulenza competente

    La malpratique professionale è ancora diffusa e crediamo che una utenza informata possa essere un viatico alla svolgimento corretto di una professione molto utile e che amiamo.

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  • Consulenza o Terapia?

    Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

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  • Codice di condotta

    Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

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  • Parcella deducibile / rimborsabile

    Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

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  • Erogazioni liberali alle ONLUS

    Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

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  • Quanto può durare la Psicoterapia

    La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

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  • Codice deontologico

    In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine nell’adunanza del 27-28 giugno 1997.

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  • Diritti del paziente

    Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

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    Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

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    Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

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  • Quanto costa la Psicoterapia

    L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

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    La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

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    Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

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    Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

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    Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

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3° Pregiudizio – lo psicologo manipola la mente!

Lo psicologo potrebbe manipolare la mia mente

“Non vado dallo psicologo perché ho paura che, alla fine dei conti, arrivi a manipolarmi la mente”. 

Se così fosse, non si tratterebbe di un professionista della salute ma di un approfittatore. 

Dal Treccani, MANIPOLARE = “Lavorare una sostanza plasmabile, adulterare, adattare e volgere in senso favorevole a se stessi mediante imbrogli allo scopo di ottenere vantaggi personali”.

Andiamo a spiegare queste definizioni. Se fosse adattabile allo psicologo quanto sopra riportato, significherebbe che chi si rivolge a lui è riducibile ad una mera ‘sostanza passiva’ sulla quale lo psicologo può lasciare la sua impronta tranquillamente e che può modificare a proprio piacimento.

Quindi si dà per scontato che le persone che vanno dallo psicologo sono “incapaci di intendere e di volere” o completamente succubi di quanto dice il terapeuta. E voi vi sentite davvero così passivi? Ricordiamoci che, senza una PARTECIPAZIONE ATTIVA del paziente, lo psicologo può fare ben poco!

E quali vantaggi potrebbe ottenere lo psicologo nel manipolare chi gli si rivolge? Forse guadagnerebbe, in stima..umanità..professionalità..e anche economicamente, se riuscisse a creare con il paziente un legame sincero, SANO, sufficientemente buono, PROFESSIONALE e, quindi, RIABILITATIVO. Soltanto METTENDO A DISPOSIZIONE dell’altro le sue competenze e qualità, potrebbe riuscire ad ottenere il miglior risultato per il paziente e sperare così di mantenere una continuità nel processo terapeutico.
Probabilmente pensieri come questi sono nati perché il lavoro psicologico con il professionista va a toccare aspetti profondi della persona, in quanto è proprio là che si può agire con più efficacia

La valutazione routinaria degli esiti della psicoterapia

Molti cittadini non accedono alle cure sanitarie private (dati ISTAT indicano che rinunciano circa 11 milioni di cittadini italiani) e i servizi pubblici non accolgono cittadini che hanno necessità di un intervento psicologico o di una psicoterapia.

Le strutture socio sanitarie non riescono a farsi carico del disagio medio, le risorse disponibili (spazi, professionisti e/o strutture) vengono impiegate verso la gestione delle patologie gravi e invalidanti oppure impiegate a sostenere altri tipi di criticità materiali (casa, sussidi, assistenza domiciliare, etc).

E’ un dato di fatto che i servizi sanitari territoriali faticano a rispondere ad una efficace presa in carico delle richieste di supporto psicologico che giungono, pertanto moltissime domande di aiuto rimangono inevase e che in tal senso l’Art. 32  della Costituzione Italiana che cita “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, fatica ad essere pienamente realizzato.

La nostra Associazione è presente sul territorio del Municipio Roma VII dal 2005; collabora con i tavoli presenti presso l’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio al fine di costituire una rete di servizi di Psicologia sostenibile come risorsa per i cittadini, per il Sistema Sanitario Regionale del Lazio e per il Comune di Roma e allo stato attuale opera sul territorio accogliendo l’utenza che ad essa si rivolge.

La Commissione Europea (2015) considera che “la valutazione routinaria degli esiti è condizione indispensabile per i Servizi che forniscono trattamenti psicoterapeutici” per tale motivo attuiamo nel Servizio analisi dell’utenza e una valutazione del Disagio Psicologico, “the core domains of the problems” (ossia quello che qualsiasi trattamento psicoterapeutico dovrebbe modificare)

La valutazione effettuata non si basa su modelli o approcci psicoterapeutici specifici (panteoretico) e ci fornisce indici in merito agli esiti della psicoterapia, garantendo la trasparenza, all’utente e alla comunità, della efficacia nella pratica clinica effettuata.

Su questa base, abbiamo potuto osservare che nel campione di popolazione che a noi si è rivolto (n= 692 persone) negli anni 2014 – 2018 appartiene alla fascia di reddito 10.000 – 30.000 (58%), fascia che non ha criteri di disagio economico e quindi non riceve assistenza dai Servizi Sociali, ma che se non curata/tutelata, si trasforma in ulteriore carico sociale per i servizi. Nel 18,6% degli utenti che si sono rivolti all’ Associazione è stato sufficiente e risolutivo un intervento di analisi della domanda.

Per tale motivo la nostra Associazione opera anche in ottica preventiva del disagio psicologico aiutando la prevenzione del disagio sociale. realizza incontri rivolti alla cittadinanza (Seminari del Benessere), completamente gratuiti, finalizzati a fornire informazioni e strumenti opportuni che aiutino le persone a tutelare il proprio benessere individuale e familiare, al fine di evitare che le “crisi”, piccoli o grandi cambiamenti che avvengono nella vita segnano punti di svolta e/o rottura nella apparente continuità della esistenza si trasformino in malessere e patologia.

Fornisce il servizio di Sportello di Ascolto del Disagio Psicologico, il Servizio di Sportello Famiglia, Sportello benessere e Alimentazione, Sportello Cyberbullismo e dipendenze da internet. Attività totalmente gratuite e rivolte a chiunque ne faccia richiesta, indipendentemente dal reddito.

Ad essi sono affiancate attività di formazione/informazione ed opera il Servizio di Psicoterapia, nell’ottica della Sostenibilità facilmente accessibile, qualitativa e professionale in quanto la Mission dell’associazione è considerare la psicoterapia, quindi l’accesso alle cure, un servizio che deve essere fruibile a tutti, indistitamente da sesso, religione, etnia, posizione economica e sociale.

Cyberbullismo – l’incorporeità dell’aggressore.

Cyberbullismo – l’incorporeità dell’aggressore.

DA WIKIPEDYA Il cyberbullismo o ciberbullismo[1] (ossia «bullismo online») è il termine che indica un tipo di attacco continuo, ripetuto, offensivo e sistematico attuato verso qualcuno mediante gli strumenti della rete. Il termine cyberbullying è stato coniato dal docente canadese Bill Belsey.[2] I giuristi anglofoni distinguono di solito tra il cyberbullying (cyberbullismo), che avviene tra minorenni, e l cyberharassment (cybermolestia) che avviene tra adulti o tra un adulto e un minorenne[3]. Tuttavia nell’uso corrente il termine cyberbullismo viene utilizzato indifferentemente per entrambi i casi. Come il bullismo nella vita reale, il cyberbullismo può a volte costituire una violazione del Codice civile e del Codice penale e, per quanto riguarda l’ordinamento italiano, del Codice della privacy (D.Lgs 196 del 2003).

Oggi il 34% del bullismo è online, in chat, quest’ultimo viene definito cyberbullismo. Pur presentandosi in forma diversa, anche quello su Internet è bullismo: far circolare delle foto spiacevoli o inviare mail contenenti materiale offensivo può costituire un danno psicologico. In Inghilterra, più di 1 ragazzo su 4, tra gli 11 e i 19 anni, è stato minacciato da un bullo via e-mail o sms[4]. In Italia, secondo l’Indagine nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza pubblicata nel 2011 (fonte: Eurispes, Telefono Azzurro, 2011[5]) un quinto dei ragazzi ha trovato su Internet informazioni false sul proprio conto: “raramente” (12,9%), “qualche volta” (5,6%) o “spesso” (1,5%). Con minore frequenza si registrano casi di messaggi, foto o video dai contenuti offensivi e minacciosi, ricevuti “raramente”, “qualche volta” o “spesso” dal 4,3% del campione; analoga percentuale (4,7%) si registra anche per le situazioni di esclusione intenzionale da gruppi onlinE.ù

i.l cyberbullismo è una forma di prepotenza virtuale attuata attraverso l’uso di internet e delle tecnologie digitali. Come il bullismo tradizionale è una forma di prevaricazione e di oppressione reiterata nel tempo, perpetrata da una persona o da un gruppo di persone più potenti nei confronti di un’altra percepita come più debole, in genere nel gruppo dei pari.

Il Parlamento italiano ha approvato il 18 maggio 2017 La legge 71/2017, “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, una legge a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo, che prevede misure prevalentemente a carattere educativo/rieducativo. La legge pone al centro il ruolo dell’istituzione scolastica nella prevenzione e nella gestione del fenomeno e ogni istituto scolastico dovrà provvedere ad individuare fra i docenti un referente con il compito di coordinare le iniziative di prevenzione e di contrasto del cyberbullismo. Questi aspetti vengono chiariti nel dettaglio dalle Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, previste dalla legge.

La L.71/17 introduce per la prima per la prima volta nell’ordinamento giuridico anche una definizione: “Qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.” (Art. 1- Comma 2).

 Come riconoscerlo?

Nella vita di bambini e adolescenti differenziare la vita reale da quella virtuale ha sempre meno senso. Le tecnologie digitali permeano la vita dei ragazzi, i quali sempre più spesso sono connessi sia di giorno che di notte tramite smartphone e tablet. Anche la differenziazione tra bullismo e cyberbullismo (la sua componente online) ha senso solo in termini definitori. Per questo motivo questa sezione, pur trattando nello specifico la componente online del bullismo, fa riferimento al fenomeno nella sua interezza, perché solo uno sguardo ad ampio respiro su ciò che i ragazzi vivono e affrontano all’interno delle dinamiche tra pari può permettere agli adulti di essere per loro un valido supporto nella gestione e nel superamento di episodi di sopraffazione e violenza in tutte le forme in cui si possono esercitare, subire o osservare.

 Bullismo e Cyberbullismo – differenze

Si definiscono bullismo tutte quelle situazioni caratterizzate da volontarie e ripetute aggressioni mirate a insultare, minacciare, diffamare e/o ferire una persona (o a volte un piccolo gruppo). Non si fa quindi riferimento ad un singolo atto, ma a una serie di comportamenti portati avanti ripetutamente nel tempo, all’interno di un gruppo, da parte di qualcuno che compie azioni o dice cose per avere potere su un’altra persona. Queste aggressioni spesso avvengono o iniziano negli ambienti di aggregazione dei ragazzi: da quello scolastico, a quello sportivo, a tutti gli altri ambienti in cui si ritrovano. Se si limitano alla quotidianità e alla vita offline dei ragazzi sono forme di bullismo. 

Se però queste prevaricazioni si estendono anche alla vita online, si parla di cyberbullismo. Si realizza attraverso l’invio di messaggi verbali, foto e/o video tramite smartphones, pc, tablet (su social network, app, chat, …) ed ha come effetto quello di insultare, offendere, minacciare, diffamare e/o ferire.

 Caratteristiche del cyberbullismo

  • L’impatto: la diffusione di materiale tramite internet è incontrollabile e non è possibile prevederne i limiti (anche se la situazione migliora, video e immagini potrebbero restare online).
  • La possibile anonimità: chi offende online potrebbe tentare di rimanere nascosto dietro un nickname e cercare di non essere identificabile.
  • L’assenza di confini spaziali: il cyberbullismo può avvenire ovunque, invadendo anche gli spazi personali e privando l’individuo dei suoi spazi-rifugio (la vittima può essere raggiungibile anche a casa).
  • L’assenza di limiti temporali: il cyberbullismo può avvenire a ogni ora del giorno e della notte.
  • L’assenza di empatia: non vedendo le reazioni della sua vittima alle sue aggressioni, il cyberbullo non è mai totalmente consapevole delle conseguenze delle proprie azioni e questo ostacola ancor di più la possibilità per lui di provare empatia – o rimorso a posteriori -, per ciò che ha fatto, se non viene aiutato ad esserne consapevole da un amico, da un insegnante o da altri.

Un meccanismo che la letteratura evidenzia è il ricorso da parte degli autori (ma anche degli spettatori) di bullismo e cyberbullismo ad un meccanismo psicologico, una ristrutturazione cognitiva, denominato disimpegno morale, tramite i quali l’individuo si autogiustifica, disattiva parzialmente o totalmente il controllo morale mettendosi al riparo da sentimenti di svalutazione, senso di colpa e vergogna (Bandura, 1996). E’ evidente che tale meccanismo sia possibile con ancora più evidenza se ci si trova ad agire online ed è strettamente collegato all’assenza di empatia (o alla difficoltà di provare empatia), alla difficoltà à di entrare in relazione con l’emotività propria e altrui, una relazione che “la presenza fisica rende invece più facile da realizzarsi. Questo meccanismo non riguarda appunto solo l’autore si un atto di cyberbullismo, ma anche il gruppo che vi assististe (o che vi partecipa, l’effetto è lo stesso). Questo aspetto fornisce spunti per un lavoro educativo che miri invece a rafforzare la consapevolezza, l’assunzione di responsabilità, l’impegno o morale (vs disimpegno) appunto, perché il gruppo può avere un ruolo invece estremante positivo.

Tutti quelli che partecipano anche solo con un like o un commento diventano, di fatto, corresponsabili delle azioni del cyberbullo facendo accrescere la portata dell’azione; mettere un “like” su un social network, commentare o condividere una foto o un video che prende di mira qualcuno o semplicemente tacere pur sapendo, mette ragazzi e ragazze nella condizione di avere una responsabilità.

Ma d’altro canto sono proprio loro che possono “fare la differenza” perché la responsabilità è condivisa: il gruppo “silente” che partecipa senza assumersi la responsabilità, rappresenta, in realtà, anche l’elemento che può fermare una situazione di cyberbullismo. E questo appunto costituisce un gancio educativo.

Bullismo e cyberbullismo: responsabilità

Nella consapevolezza che le azioni efficaci sono quelle che ricorrono agli strumenti educativi, rieducativi e di mediazione del conflitto, esistono tuttavia responsabilità da conoscere, la possibilità di commettere reati o danni civili e specifici dispostivi giuridici.

La legge 71/2017“Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, introduce un provvedimento di carattere amministrativo per gli autori di atti di cyberbullismo, la procedura di ammonimento da parte del Questore: Il minore autore può essere convocato dal Questore e ammonito se ritenuto responsabile delle azioni telematiche.

Più precisamente, è stata estesa al cyberbullismo la procedura di ammonimento prevista in materia di stalking (art. 612-bis c.p.), in caso di condotte di ingiuria (art. 594 c.p.), diffamazione (art. 595 c.p.), minaccia (art. 612 c.p.) e trattamento illecito di dati personali (art. 167 del codice della privacy) commessi mediante internet da minori ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, se non c’è stata querela o non è stata presentata denuncia, è applicabile la procedura di ammonimento da parte del questore (il questore convoca il minore, insieme ad almeno un genitore o a chi esercita la responsabilità genitoriale). Gli effetti dell’ammonimento cessano al compimento della maggiore età.

Chi compie atti di bullismo e cyberbullismo può anche essere responsabile di reati penali e danni civili.

I ragazzi e le ragazze che fanno azioni di bullismo possono commettere reati. Secondo il codice penale italiano i comportamenti penalmente rilevanti in questi casi sono: 

  • percosse (art. 581), 
  • lesione personale (art. 582), 
  • ingiuria (art. 594), 
  • diffamazione (art. 595), 
  • violenza privata (art. 610), 
  • minaccia (art. 612), 
  • danneggiamento (art. 635).

Nei casi più gravi, basta la denuncia ad un organo di polizia o all’autorità giudiziaria per attivare un procedimento penale (p.es. lesioni gravi, minaccia grave, molestie); negli altri casi, la denuncia deve contenere la richiesta che si proceda penalmente contro l’autore di reato (querela).

 Cosa succede quando un minore commette un reato o procura un danno? Quali sono le responsabilità dei genitori e dei docenti/educatori?

Per il nostro ordinamento l’imputabilità penale (ossia la responsabilità personale per i reati commessi) scatta al quattordicesimo anno. La legge sancisce che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se al momento in cui l’ha commesso, non era imputabile”. Cosa si intende per “imputabilità”? Vuol dire avere la cosiddetta “capacità d’intendere e volere”.

Dunque, per poter avviare un procedimento penale nei confronti di un minore è necessario:

  1. che abbia almeno compiuto 14 anni;
  2. che, comunque, anche se maggiore di 14 anni, fosse cosciente e volente al momento del comportamento, cioè in grado di intendere e volere (tale non sarebbe, per esempio, un ragazzo con degli handicap psichici)

Il più delle volte l’atto di bullismo viola sia la legge penale, sia quella civile, quindi può dar vita a due processi, l’uno penale e l’altro civile.

Le responsabilità per atti di bullismo e cyberbullismo compiute dal minorenne possono ricadere anche su:

  • i genitori, perché devono educare adeguatamente e vigilare, in maniera adeguata all’età del figlio, cercando di correggerne comportamenti devianti. Questa responsabilità generale persiste anche per gli atti compiuti nei tempi di affidamento alla scuola.
  • gli insegnanti e la scuola: perché nei periodi in cui il minore viene affidato all’istituzione scolastica il docente è responsabile della vigilanza sulle sue azioni e ha il dovere di impedire comportamenti dannosi verso gli altri ragazzi, insegnanti e personale scolastico o verso le strutture della scuola stessa. A pagare in primis sarà la scuola, che poi potrà rivalersi sul singolo insegnante. La responsabilità si estende ovviamente anche a viaggi, gite scolastiche, manifestazioni sportive organizzate dalla scuola.

Responsabilità dei genitori

Se ricorrono le due condizioni, il minore risponde per le proprie azioni davanti al Tribunale per i minorenni.

Se invece non ha compiuto i 14 anni, non risponde penalmente per l’evento, ma i genitori saranno tenuti al risarcimento del danno, per presunta “culpa in educando”, così come previsto dal codice civile per i fatti commessi dal figlio. Non c’è responsabilità penale dei genitori perché la responsabilità penale è personale.

Se i genitori riescono fornire la prova di aver fatto di tutto per impedire il fatto, possono essere esonerati dall’obbligo di risarcire il danno causato dal figlio. Ma questo tipo di prova è molto difficile da produrre, perché significa poter dare evidenza certa:

  • di aver educato e istruito adeguatamente il figlio (valutazione che viene dal giudice commisurata alle circostanze, ovvero tra l’altro alle condizioni economiche della famiglia e all’ambiente sociale a cui appartiene),
  • di aver vigilato attentamente e costantemente sulla sua condotta,
  • di non aver in alcun modo potuto impedire il fatto, stante l’imprevedibilità e repentinità, in concreto, dell’azione dannosa. Qui va precisato che una condotta come ad esempio il cyber-bullismo, per sua definizione reiterata, difficilmente sarebbe considerata fatto repentino e imprevedibile, in virtù del quale si possa riconoscere l’esonero di responsabilità del genitore.

Responsabilità degli insegnanti

Cosa succede nel caso di comportamenti penalmente rilevanti o di danni procurati ad esempio a scuola, durante una gita scolastica?

In questi casi interviene l’art 2048 codice civile (responsabilità dei precettori) e l’art. art.61 della L. 312/1980 n. 312 (responsabilità patrimoniale del personale direttivo, docente educativo e non docente). Sin base a queste norme, quindi, gli insegnanti sono responsabili dei danni causati a terzi “dal fatto illecito dei loro allievi… nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza”.

Se si tratta di una scuola pubblica, la responsabilità si estende alla pubblica amministrazione, che si surroga al suo personale nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi. Se si tratta di una scuola privata, sarà la proprietà dell’istituto a risponderne. Gli insegnanti potranno essere chiamati a rispondere personalmente solo in caso di azione di rivalsa per dolo o colpa grave, da parte dell’amministrazione. L’insegnante ha un dovere di vigilanza e di conseguenza viene addebitata, in caso di comportamento illecito del minore affidato, una colpa presunta, cioè una “culpa in vigilando”, come inadempimento dell’obbligo di sorveglianza sugli allievi. Di questa colpa/responsabilità di può essere liberati dimostrando di non aver potuto impedire il fatto. Praticamente significa che deve essersi trattato di un caso fortuitonon prevedibile o non superabile con la normale attenzione e diligenza di fronte allo specifico evento. Si tiene conto in questi casi dell’ètà e del grado di maturità dei ragazzi, della concreta situazione ambientale, etc.

Inoltre l’insegnante deve dimostrare di aver adottato in via preventiva le misure idonee ad evitare il la situazione di pericolo favorevole alla commissione del fatto dannoso. 

 Ma in quali momenti l’insegnante è responsabile?

Va considerato tutto il tempo dell’affidamento dell’alunno alla scuola. Quindi non soltanto le ore delle attività didattiche ma anche tutti gli altri momenti della vita scolastica, compresa la ricreazione, la pausa pranzo, la palestra, le uscite e i viaggi di istruzione ecc.

Come intervenire?

La 71/2017 e le relative Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo indicano al mondo scolastico ruoli, responsabilità e azoni utili a prevenire e gestire i casi di cyberbullismo. Le linee prevedono:

  • formazione del personale scolastico, prevedendo la partecipazione di un proprio referente per ogni autonomia scolastica;
  • sviluppo delle competenze digitali, tra gli obiettivi formativi prioritari (L.107/2015);
  • promozione di un ruolo attivo degli studenti (ed ex studenti) in attività di peer education;
  • previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti;
  • Integrazione dei regolamenti e del patto di corresponsabilità con specifici riferimenti a condotte di cyberbullismo e relative sanzioni disciplinari commisurate alla gravità degli atti compiuti;
  • Il sistema scolastico deve prevedere azioni preventive ed educative e non solo sanzionatorie.
  • Nomina del Referente per le iniziative di prevenzione e contrasto che:
  • Ha il compito di coordinare le iniziative di prevenzione e contrasto del cyberbullismo. A tal fine, può avvalersi della collaborazione delle Forze di polizia e delle associazioni e dei centri di aggregazione giovanile del territorio.
  • Potrà svolgere un importante compito di supporto al dirigente scolastico per la revisione/stesura di Regolamenti (Regolamento d’istituto), atti e documenti (PTOF, PdM, Rav).
  • Salvo che il fatto costituisca reato, Il DS qualora venga a conoscenza di atti di cyberbullismo deve informare tempestivamente i genitori dei minori coinvolti (art.5)

Fondamentale diventa per l’Istituto scolastico fornirsi di regolamenti e procedure interne condivise da tutti (come le e-policy) in modo che oltre alle attività educative, anche le azioni di presa in carico degli episodi siano efficaci, riconoscendo ruoli, responsabilità e azioni di protezione.

Un’indicazione operativa da tener presente per intervenire efficacemente è anche capire se si tratta effettivamente di cyberbullismo o di altra tipologia di comportamenti violenti o disfunzionali. Oltre al contesto, altri elementi utili ad effettuare questa valutazione sono le modalità in cui avvengono (alla presenza di un “pubblico”? Tra coetanei? In modo cronico e intenzionale? etc.) e l’età dei protagonisti. Si parla infatti di cyberbullismo se le persone coinvolte sono minorenni e prevalentemente con riferimento al gruppo dei pari.

Un’altra indicazione operativa concerne una valutazione circa l’eventuale stato di disagio vissuto dalla/e persona/e minorenne/i coinvolte per cui potrebbe essere necessario rivolgersi ad un servizio deputato ad offrire un supporto psicologico e/o di mediazione. Le strutture pubbliche a cui rivolgersi sono i servizi socio-sanitari del territorio di appartenenza (ad esempio: spazio adolescenti, se presente, del Consultorio Familiare, servizi di Neuropsichiatria Infantile, centri specializzati sulla valutazione o l’intervento sul bullismo o in generale sul disagio giovanile, i comportamenti a rischio in adolescenza, etc.).

Per quanto riguarda necessità di segnalazione e rimozione, ciascun minore ultraquattordicenne (o i suoi genitori o chi esercita la responsabilità del minore) che sia stato vittima di cyberbullismo può inoltrare al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o del social media un’istanza per l’oscuramento, la rimozione o il blocco dei contenuti diffusi nella rete. Se entro 24 il gestore non avrà provveduto, l’interessato può rivolgere analoga richiesta al Garante per la protezione dei dati personali, che rimuoverà i contenuti entro 48 ore. Il Garante ha pubblicato nel proprio sito il modello per la segnalazione/reclamo in materia di cyberbullismo da inviare a: cyberbullismo@gpdp.it. 

Parallelamente, nel caso in cui si ipotizzi che ci si possa trovare di fronte ad una fattispecie di reato (come ad esempio il furto di identità o la persistenza di una condotta persecutoria che mette seriamente a rischio il benessere psicofisico del bambino/a o adolescente coinvolto/a in qualità di vittima) si potrà far riferimento agli uffici preposti delle Forze di Polizia per inoltrare la segnalazione o denuncia/querela e permettere alle autorità competenti l’approfondimento della situazione da un punto di vista investigativo. E’ in tal senso possibile far riferimento a queste tipologie di uffici: Polizia di Stato – Compartimento di Polizia postale e delle Comunicazioni; Polizia di Stato – Questura o Commissariato di P.S. del territorio di competenza; Arma dei Carabinieri – Comando Provinciale o Stazione del territorio di competenza; Polizia di Stato – Commissariato on line (attraverso il portale http:// www.commissariatodips.it).

Per un consiglio e un supporto ti puoi rivolgere alla Helpline di Telefono Azzurro per Generazioni connesse: operatori esperti e preparati sono sempre a disposizione degli insegnanti, del Dirigente e degli operatori scolastici, oltre che dei bambini, degli adolescenti, dei genitori e di altri adulti che a vario titolo necessitano di un confronto e di un aiuto per gestire nel modo più opportuno eventuali esperienze negative e/o problematiche inerenti l’utilizzo dei nuovi media.

parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte

parlare è un bisogno, ascoltare è un'arte

“Ogni sofferenza umana contiene in sé il germe della felicità, basta saperla ascoltare con disponibilità. La psicoanalisi è appunto questo, l’arte di ascoltare le voci interiori per giungere alla realizzazione personale”.

(Erich Fromm, L’arte di ascoltare)

“A volte sembra che nessuno ascolti più.

Pretende che io ascolti i suoi problemi, ma non si interessa mai dei miei.. Si lamenta in continuazione.. Non mi parla mai. L’unica occasione in cui scopro cosa succede nella sua vita è quando lo sento per caso che ne parla con qualcun altro. Perché non racconta mai a me queste cose? Non posso parlare con lei perché è così critica..

Le mogli si lamentano del fatto che i loro mariti le danno per scontate. I mariti si lamentano perché le loro mogli brontolano e divagano continuamente, impiegando una vita ad arrivare al punto.

Poche motivazioni nell’esperienza umana sono tanto potenti quanto il desiderio di essere capiti. Essere ascoltati significa che veniamo presi sul serio, che le nostre idee ed i nostri sentimenti vengono riconosciuti e che, in definitiva, ciò che abbiamo da dire ha un valore.

Il desiderio di essere ascoltati e compresi è il desiderio di sfuggire all’isolamento e colmare la distanza che ci separa dagli altri, significa tendere le mani e cercare di superare il senso di separazione dal mondo, significa rivelare cosa abbiamo nella mente e nel cuore sperando di essere compresi.

Ottenere tale comprensione dovrebbe essere facile, eppure non lo è.

L’essenza di un buon ascolto è l’empatia, che si può ottenere soltanto mettendo da parte la preoccupazione per noi stessi ed immedesimandoci nell’esperienza dell’altra persona.

In parte intuizione e in parte impegno: questa è la materia prima dei rapporti umani.

L’empatia di un ascoltatore, il fatto che capisca ciò che intendiamo dire e che lo dimostri, instaura un legame di comprensione che ci unisce a qualcuno che tiene a noi confermando con ciò che i nostri sentimenti sono riconoscibili e legittimi.

Il potere dell’ascolto empatico è quello di trasformare una relazione.

Quando sentimenti profondi ma inespressi assumono la forma di parole che vengono condivise e ci ritornano chiarificate, il risultato è la rassicurante sensazione di essere compresi ed un senso di gratitudine per la condivisione di calore umano con la persona che capisce.

Se l’ascolto irrobustisce le nostre relazioni cementando i legami reciproci, esso fortifica anche la nostra autoconsapevolezza. In presenza di un ascoltatore ricettivo siamo in grado di chiarire ciò che pensiamo e scoprire ciò che sentiamo. Per questo, raccontando la nostra esperienza a qualcuno che ascolta, siamo in grado di ascoltare meglio noi stessi. Nel dialogo la nostra vita riprende forma come un’opera a quattro mani”.

Così esordisce Michael P. Nichols, professore di Psicologia presso il College of William  and Mary, nel suo libro “L’arte perduta di ascoltare” (Positive Press, 1997).

Può sembrare paradossale, ma proprio nell’epoca della comunicazione globale e della connessione virtuale continua, le persone non hanno mai fatto così tanta fatica a capirsi fra loro. A causa di una sempre più diffusa cultura della prestazione e della sfida, per la quale ogni scambio dialogico è una sorta di occasione per mostrare i propri “muscoli mentali”, negli scambi interpersonali finiamo spesso per affermare i nostri pregiudizi, invece di conoscere, capire ed integrare la realtà che ci circonda.

L’ascolto, si sa, costituisce un ingrediente imprescindibile per una buona comunicazione tra gli esseri umani. Esso è la qualità principale di ogni colloquio, non solo psicologico.

SENSIBILITA’​ E DISAGIO PSICHICO

SENSIBILITA’​ E DISAGIO PSICHICO

Data di pubblicazione: 6 novembre 2019

L’alta sensibilità è considerata un dono, un modo speciale ed intenso a livello emotivo di vedere e comprendere ciò che ci circonda. Ebbene, per molte persone è come vivere all’interno di un palloncino circondato da un mondo fatto di spilli.

Essere persone altamente sensibili (PAS) presuppone sopratutto prestare, quasi istintivamente, una maggiore attenzione ai dettagli e alle sottigliezze dell’ambiente circostante. Si sminuzza ogni parola, ogni gesto, ogni tono di voce, per dedurre un’informazione che molte altre persone non percepiscono o alla quale non rispondono.

Ci sono persone che viaggiano fino alla cima più alta di una montagna per vedere le stelle; l’alta sensibilità, invece, ripone la luce del firmamento nel nostro cuore, per permetterci di vedere in modo più dettagliato le luci e le ombre delle persone.

Essere più recettivi alle emozioni o alle incongruenze di coloro che ci circondano, porta spesso a precipitare negli abissi dell’incapacità di difendersi. Così, finiamo per vivere in un mondo che non sempre comprendiamo e che, molte volte, ci conduce sulla strada della depressione.

L’alta sensibilità: un cervello molto recettivo alle sottigliezze dell’ambiente circostante

Elaine Aron è la massima autorità dello studio dell’alta sensibilità, la quale coniò il termine stesso nel 1991. Lungi dall’essere un sottotipo delle personalità introverse, le persone altamente sensibili (PAS) riflettono, in realtà, un insieme di caratteristiche molto distintive.

Ebbene, quali meccanismi soggiaciono a questo tipo di percezione, emozione ed intuizione? Se teniamo conto che questa dimensione rimase inesplorata fino agli anni 90, esisterà una buona parte della popolazione che, fino a poco tempo fa, non capiva perché si “sentiva diversa”.

Se siete abbastanza fortunati da sentirvi diversi dagli altri, non cambiate; è un dono che vi rende unici e che vi permetterà di vedere il mondo più pienamente, con maggiore lucidità.

Sappiamo anche che, a volte, il termine “diverso” viene stigmatizzato e, ancor peggio, va sempre a braccetto con il concetto di sofferenza. Le persone altamente sensibili sono stanche di ascoltare frasi del tipo “prendi tutto in modo esagerata”, “qualsiasi cosa ti ferisce”, “non ti si può dire niente”.

Secondo uno studio realizzato nel 2010 e pubblicato sulla rivista “Social Cognitive and Affective Neuroscience” il motivo per cui queste personalità sono più sensibili a qualsiasi stimolo, tanto fisico quanto emotivo, ha una spiegazione a livello neurologico.

Basi neurologiche dell’alta sensibilità

Elaine Aron insieme ai suoi colleghi e ad alcuni psichiatri, come il dottor Arthur B. Lintgen, hanno realizzato un esperimento nel quale due gruppi di individui venivano sottoposti ad una serie di stimoli visivi, come luci, colori o semplici disegni.

Scoprirono che:

  • Le persone altamente sensibili relazionavano ogni stimolo ad un’emozione. I loro meccanismi neuropsicologici associavano gli stimoli visivi, auditivi o tattili ad una determinata situazione.
  • Le aree del cervello associate alla coscienza, alle emozioni, ai sentimenti di empatia ed i conosciuti neuroni specchio si attivavano maggiormente rispetto a quelli delle persone non altamente sensibili.
  • La soglia percettiva del dolore nelle persone altamente sensibili è molto bassa, a tal punto che una luce molto intensa o lo strofinio dei vestiti può provocar loro sofferenza.
  • L’alta sensibilità è anche relazionata ad un’eccezionale capacità nel captare i dettagli e le variazioni degli oggetti, dell’ambiente circostante o delle persone. Questo si spiega grazie alla maggiore attivazione delle aree del cervello implicate nell’associazione delle informazioni visive e nell’attenzione.

Un mondo di spilli: alta sensibilità e depressione

Una delle domande alle quali si cerca più spesso di dare risposta è se le persone altamente sensibili (PAS) sono più propense a soffrire di depressione. La risposta è semplice: non più degli altri. È anche vero, però, che patiscono maggiormente la tristezza quotidiana, la disillusione, la sensazione di sentirsi diverse. Tuttavia, tutto questo non determina la comparsa di uno stato depressivo.

Le persone altamente sensibili saranno più propense a soffrire di depressione nei seguenti casi:

  • Se hanno avuto un’infanzia traumatica o problemi familiari.
  • Se sono inconsapevoli della loro alta sensibilità e attribuiscono queste caratteristiche all’essere deboli, più vulnerabili degli altri e, pertanto, tendono all’isolamento.
  • Le persone altamente sensibili devono prendersi cura della loro autostima, capire la loro natura e controllare la “sovrastimolazione” giorno dopo giorno.
  • Frequentare ambienti in cui regna la pressione, i dissapori, nei quali si concentrano molte persone, suoni o luci possono portare ad un innalzamento dei loro livelli di cortisolo, che sfocia in stati di stress e di ansia distruttivi. È necessario controllare ogni stimolo e godersi alcuni istanti di solitudine.

Lungi dal vedere ciò che vi circonda come un palcoscenico pieno di spilli e di nemici pronti a ferirvi, godetevi la musica e l’arte di questo mondo pieno di meravigliose sottigliezze, che possono arricchirvi se glielo permetterete.

Una persona altamente sensibile deve prendere coscienza della sua sensibilità e trasformare il suo dono in un punto di forza, oltre a capire che la sua è una vita che nasce dal cuore, una virtù eccezionale che la differenzia dagli altri.

Quando il paziente non torna: il Drop-Out

Quando il paziente non torna: il Drop-Out

Data di pubblicazione: 3 novembre 2019

Ciò che spinge una persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta è, nella maggior parte dei casi, un vissuto di disagio, generato da una “crisi di decisionalità”: una condizione di stallo, da cui la persona non riesce ad uscire autonomamente.

Tuttavia il periodo che precede il primo contatto con un professionista è spesso denso di dubbi e resistenze, tanto che ci sono persone che pensano per mesi, o addirittura per anni alla possibilità di chiedere un sostegno psicologico, ed altre che possono non arrivare mai a questa decisione.

Per questo, riuscire prima a telefonare, e poi a recarsi dallo psicoterapeuta, viene generalmente vissuto con sollievo, come se la difficoltà più rilevante fosse appena stata superata.

Sicuramente la capacità delle persone di aggirare le proprie paure e le proprie reticenze, rivolgendosi ad un professionista, dimostra la presenza di risorse importanti.

Ma affacciarsi ad un percorso “immaginato” è cosa diversa dal percorso vero e proprio.

Non è in fondo questo secondo il momento in cui il paziente deve necessariamente e finalmente confrontarsi con la realtà della relazione terapeutica ed essere in grado di sostenerla?

Potrebbe, allora, essere questo uno scoglio ancora più grande del precedente?

Presumibilmente si, visto che l’esperienza del drop out è comune a tutti gli psicoterapeuti a prescindere dal loro orientamento e dalla loro esperienza.

Con il termine “Drop out”, che in inglese significa “ritirarsi”, ci si riferisce a quel fenomeno in cui un paziente interrompe prematuramente il percorso psicoterapeutico intrapreso.

Alcuni pazienti, seppur giunti in psicoterapia perché spinti da difficoltà che li avevano motivati ad incontrare lo psicoterapeuta, decidono improvvisamente di interrompere il percorso nella sua fase iniziale(dal primo incontro ai primi 3 mesi), a volte comunicando al terapeuta la propria decisione, altre volt, invece, senza alcuna comunicazione in merito.

Si tratta, in realtà, di un evento che si verifica anche in altri ambiti: un utente smette di avvalersi di un servizio prima che quel servizio sia stato compiuto nella sua interezza.

Una scelta dell’utente quindi, evidentemente legittima e conseguente al precoce raggiungimento dell’obiettivo, o al contrario alla sua insoddisfazione: un fenomeno “lineare”, basato su una logica di tipo “causa-effetto”, che sembrerebbe non necessitare di alcun tipo di approfondimento.

Se forse questo può essere vero in altri contesti, può essere riduttivo ragionare in questi termini anche nel caso della psicoterapia.

Il percorso psicoterapeutico è infatti un processo in cui non si cercano cause di effetti, ma piuttosto nessi e significati: anche un fenomeno come il “drop out” va significato, compreso e quanto più possibile prevenuto.

Ma quali possono essere le ragioni per cui si decide di interrompere un trattamento al suo inizio e senza quindi essersi dati l’opportunità di trarne beneficio?

Chi si rivolge uno psicologo, lo fa con tutta una serie di aspettative sull’incontro con lo psicoterapeuta e sulla psicoterapia.

E proprio le divergenti aspettative del paziente e dello psicoterapeuta, rappresentano uno degli elementi alla base della scelta di abbandonare il percorso appena intrapreso.

Spesso i pazienti arrivano in terapia convinti di trovare un operatore pronto ad elargire consigli: su come comportarsi in una data situazione, come risolvere un sintomo, come aiutare un’altra persona etc.

Come se lo psicoterapeuta fosse depositario di un sapere “assoluto” ed il suo compito fosse quello di insegnarlo al paziente.

Altre volte, il paziente identifica la figura dello psicoterapeuta con quella del medico, presentandosi quindi al professionista come un malato che deve essere curato, possibilmente con precisione chirurgica e rapidità farmacologica.

Il paziente sembra quindi mettersi, almeno inizialmente, in una posizione di “attesa” verso la risoluzione proposta dal clinico.

Niente di male: il paziente va in psicoterapia per fare il paziente e sta allo psicoterapeuta cercare di stimolare nuovi punti di vista.

L’esistenza stessa della psicoterapia dipende dalla Partecipazione di entrambi i componenti della coppia psicoterapeutica: dipende, in sostanza, dal nascere di una Relazione.

Naturalmente il fenomeno del drop out è molto complesso e dipendente da molteplici altre variabili.

Gli studi condotti in proposito hanno dimostrato, per esempio, una correlazione tra drop out e variabili quali l’età, il sesso e le caratteristiche socio demografiche dei paziente; tratti caratteriali dello psicoterapeuta etc.

Tuttavia ciò che può essere interessante in questa sede è indicare l’influenza sul fenomeno della motivazione del paziente al trattamento, che in qualche modo mette in gioco anche lo psicoterapeuta e la sua abilità di entrare in relazione con il paziente.

La motivazione è un concetto che di per sé risulta vago e che deriva da altre componenti, come per esempio la presenza di obiettivi a lungo termine; la necessità di ottenere un cambiamento, la risoluzione di alcuni sintomi o la mancata risoluzione degli stessi; la capacità di tollerare la frustrazione che il trattamento inevitabilmente comporta; l’inclinazione ad accettare spiegazioni di tipo psicologico.

Compito dello psicoterapeuta non può essere quello di farsi carico completamente di una motivazione che nasce in primo luogo dal paziente stesso; ma può essere quello di contribuire ad alimentarla, attraverso la propria presenza, attraverso il reale interesse –professionale ed umano- verso la persona che si ha davanti e attraverso il proprio autentico impegno.

Per questo, il fenomeno del drop out deve sempre interrogare il paziente come lo psicoterapeuta, sul significato dello stesso e può rappresentare un importante spunto di riflessione su come ci si è posti in quella relazione.

La relazione psicoterapeutica infatti è una relazione che vive su un piano totalmente unico rispetto alle relazioni che normalmente ciascuno di noi vive nel proprio quotidiano.

Essa si muove su una dimensione di tipo professionale, centrata sul raggiungimento di obiettivi concordati e ridefiniti nel tempo.

Ma resta comunque una relazione umana, centrata su affetti ed emozioni; e che di ricordi, affetti, emozioni e relazioni tratta.

Non può pertanto che essere un gioco di squadra, dove esistono le scelte del singolo individuo, su cui l’altro non può incidere e dove esiste contemporaneamente un terreno di collaborazione e reciprocità.

Il drop out si inserisce in questo terreno in maniera sfumata, rappresentando a volte una scelta indipendente dall’intervento, altre volte l’effetto di una corresponsabilità, che si gioca tuttavia sul silenzio di parole non dette ed emozioni vissute, il cui esito è la separazione.

Quest’ultima è una scelta che va rispettata e che ha sicuramente un senso: spesse volte anche durante i primi colloqui si attivano per altro risorse e riflessioni che sono utili al paziente e che possono anche generare circoli virtuosi.

Resta tuttavia importante il confronto su questa stessa scelta ; o quanto meno, se questo confronto proprio non è possibile, è importante che questa scelta non venga chiusa in un cassetto e resa muta, ma che divenga uno spunto per cogliere nuovi significati e nuove strade.

Fonti: Cognitivismo clinico (2006) “ll drop out nei disturbi di personalità: una review degli studi degli ultimi vent’anni” (K. Aringolo)

Cognitivismo clinico (2008) “il drop out nella terapia cognitivo-comportamentale: risultati da uno studio-caso controllo” (A. Rossi et al.)

Lo psicologo negli studi dei medici di base

Data di pubblicazione: 28 ottobre 2019

24 OTT – Gentile Direttore,

ho letto l’articolo riguardante la relazione congressuale del presidente nazionale del sindacato Snami, apparso sulla vostra testata. Del presidente Snami, mi ha particolarmente colpito l’affermazione: “Ma vogliamo dirlo che dello psicologo dentro i nostri studi non sappiamo cosa farcene?“

Non credo che il leader del secondo più rappresentativo sindacato nazionale dei medici di famiglia non sappia che vi sono tanti nostri colleghi (anche aderenti alla sua organizzazione) che hanno sperimentato l’interazione professionale con lo psicologo, nel proprio studio, da nord a sud del Paese. E, da nord a sud, tutti si sono detti entusiasti dei risultati raggiunti; in termini di opportunità e necessità di detta interazione professionale, di qualità dell’assistenza erogata e gradimento da parte degli assistiti.

 Per non parlare, poi, del miglioramento dell’appropriatezza nella prescrizione di farmaci ed esami diagnostici e del sollevamento del medico da un carico di lavoro immane e, possiamo, questo si, dirlo, devastante. Un carico di lavoro improprio che i Medici di Famiglia, quelli che, quotidianamente, si recano a lavorare, “certi dell’orario in cui entrano nel proprio ambulatorio e mai certi dell’orario in cui vi usciranno”, sono, ormai, da anni, costretti a sobbarcarsi; poiché è ben noto a tutti coloro che fanno questo lavoro, quanto il malessere psicosociale della gente sia enormemente aumentato e cerchi sfogo, risposte e sollievo, sempre più, dinanzi al proprio Medico di Famiglia. Spesso, unica figura, nell’ambito del SSN, disponibile ad ascoltare e su cui poter fare affidamento. Ma oggi, cosa può garantire da solo, dinanzi ad una simile richiesta d’aiuto, il Medico di Medicina Generale?

Un sostegno psicologico, un supporto specifico, dedicato e adeguato, alle persone che non hanno una patologia psichiatrica diagnosticata, vera e propria, ma semplicemente un disagio profondo, un malessere interiore, un momento di difficoltà, a causa del peso dei problemi e delle vicende a cui la vita tutti espone, deve poter essere garantito ad ogni cittadino; anche a coloro che non possono permetterselo economicamente e deve poter essere usufruibile facilmente e tempestivamente; ciò può essere solo nello studio del Medico di Famiglia. E il Medico di Famiglia moderno deve poter assurgere al ruolo di guida e di pilastro, nella molteplicità dell’offerta delle cure primarie territoriali, anche sotto questo aspetto. Ecco qualche esempio dell’opportunità e necessità che si diceva.

A tutti può accadere di scoprire, “un bel giorno”, di avere un cancro (può essere anche per il coniuge o un figlio); situazione che stravolge, improvvisamente, la vita ed espone al dover affrontare, con una forza che non tutti hanno, interventi chirurgici, chemioterapie, radioterapie, controlli ecc.; traumi per separazioni e divorzi; problemi di coppia, impotenza; dissidi familiari, specie tra genitori e figli (con tutte le devianze che conosciamo); soggetti costretti a convivenze difficilissime e psicologicamente devastanti, con familiari che hanno gravi patologie croniche, magari queste si, di tipo psichiatrico, o conviventi con malati di M. di Alzheimer o con anziani dall’assistenza complessa e sfiancante; uomini di mezza età, nel pieno della propria capacità lavorativa, che vengono improvvisamente licenziati e perdono l’equilibrio, la dignità e la forza per reagire; inoltre, tutte quelle situazioni che portano alle più svariate forme di psicosomatizzazione e che creano abuso di farmaci antinfiammatori, antidolorifici, antispastici, ansiolitici, sedativi, ipnoinducenti, integratori, ricostituenti ecc. ; per non parlare dell’esposizione a radiazioni, per esami radiologici inutili; e tanto, tanto altro ancora. Si tenga conto dei costi di tutto questo, a carico del SSN e del cittadino.

C’è poi l’aspetto della prevenzione.

Se il compito principale del Medico di Medicina Generale è quello della prevenzione e, attraverso la prevenzione, del mantenimento dello stato di salute, e se la definizione di Salute dell’OMS è: “Stato di benessere fisico, psichico e sociale”, anche l’azione di prevenzione dovrà tenerne conto. Pertanto, così come il Medico di Medicina Generale fa prevenzione delle malattie cardiovascolari, polmonari, metaboliche deve fare prevenzione anche di quelle mentali; sono anche queste “cronicità”. Ecco, allora, la necessità dell’interazione tra le due figure professionali. C’è poi la nuova condizione, recentemente registrata dall’OMS, la “Sindrome del Burn Out”; non è classificata come patologia psichiatrica e, quindi, verrebbe da chiedersi: chi la cura? Non potrebbe forse essere, competentemente, appannaggio del Medico di Medicina Generale, supportato dallo psicologo?

Bisogna dimostrare, secondo me, un più ampio respiro, guardare al futuro e cercare nuove sfide, scoprire nuovi orizzonti professionali. Questo deve fare, oggi, il moderno Medico di Medicina Generale, per riaffermare la propria specificità, in quanto unico medico, all’interno del SSN, che assicura una presa in cura globale, olistica, del paziente/persona; per dimostrare di possedere pieno titolo ad essere considerato e riconosciuto figura sanitaria centrale ed irrinunciabile, nell’ambito delle cure primarie sul territorio; cure che dovranno essere, e saranno, sempre più complesse e multidisciplinari.

Ora, nel timore che fondi destinati alla Medicina di Famiglia possano essere “stornati”, si sta compiendo l’errore di rigettare, pregiudizialmente, la possibilità di aprire un tavolo di confronto e di concertazione, per valutare i possibili vantaggi professionali che possono giungere da questa integrazione; confronto e concertazione che, a mio parere, se sviluppati con intelligenza e lungimiranza, possono dare grandi soddisfazioni, a tutti e sotto ogni aspetto. L’opinione pubblica ed il comune sentire stanno spingendo fortemente in questa direzione e chi amministra si sta dimostrando particolarmente aperto e disponibile; non “cogliere l’attimo” è un grave errore.

In Puglia, la mia regione, noi Mmg abbiamo, dal 2007, un Accordo Integrativo Regionale che, attraverso l’utilizzo dei fondi destinati al nostro comparto, permette l’assunzione oltre che dell’infermiere professionale e del collaboratore di studio, anche del fisioterapista e, addirittura, dell’ostetrica; la presenza di queste ultime due figure serve nei nostri studi? Perché è giusto, per la loro assunzione, l’utilizzo dei nostri fondi? Nessun dubbio sul fatto che il microteam debba potersi relazionare, nella cura della cronicità, con il fisioterapista, che però deve essere e rimanere “esterno” al microteam stesso ( e al suo finanziamento) e tanti dubbi e preclusioni, invece, per lo psicologo! Perché? Specie in considerazione di quel che si è detto finora e di tutte le evidenze esistenti.

Vorrei concludere suggerendo una riflessione. Sempre in Puglia, è stata promulgata una legge che prevede la presenza dello psicologo nelle scuole; mi chiedo: chi stabilirà chi è da sottoporre alle cure dello psicologo? Chi invierà uno studente o l’insegnante all’attenzione dello psicologo della scuola? 

 Studenti e insegnanti sono, loro pure, nostri assistiti; vuoi vedere, allora, che, mentre noi stiamo qui a preoccuparci del “task shifting” ad opera degli infermieri, finiremo per subirlo, senza accorgercene, paradossalmente, dai presidi.

Antonio Antonaci Medico di Medicina Generale Galatina (Lecce) 

FAMIGLIA IN CRISI: COME SI SUPERA UN MOMENTO DI DIFFICOLTÀ

FAMIGLIA IN CRISI: COME SI SUPERA UN MOMENTO DI DIFFICOLTÀ

Data di pubblicazione: 25 ottobre 2019

La crisi in famiglia è qualcosa che spaventa ma a volte si tratta solo di un passaggio evolutivo: come superarlo?

“Una famiglia in crisi”: è una definizione che spesso sentiamo nei telegiornali quando si parla di eventi particolarmente gravi o traumatici che hanno causato profondi cambiamenti.

In letteratura però si sottolinea, a partire dagli anni 80, che la crisi familiare non è necessariamente la conseguenza di un evento di gravità eccezionale.

Secondo il Family Stress Model è più corretto parlare di una sfida che vede la famiglia in un momento in cui è difficile attingere alle sue risorse.

 Il Family Stress Model

L’approccio del Family Stress Model vede i concetti di stress e crisi come affini, se non sinonimi. Un evento stressante è un momento in cui il “normale” svolgimento delle mansioni e dei ruoli familiari subisce un cambiamento e le routine non possono avere luogo in modo automatico e senza scossoni.

Queste considerazioni hanno 2 importanti conseguenze:

  1. Non è possibile individuare delle crisi a valenza universale.
  2. I fisiologici cambiamenti della vita individuale possono divenire una crisi familiare.

Ciò che causa la crisi è quindi l’incapacità di attingere alle risorse familiari per adattarsi in breve tempo al cambiamento.

La nascita di un figlio, un licenziamento, l’adolescenza, il nido vuoto sono tutte possibili cause di crisi che derivano da “normali” evoluzioni della famiglia.

Una griglia di lettura

Ci sono diversi modelli afferenti al Family Stress Model, ma uno mi convince come griglia di lettura della famiglia in crisi: Il FAAR model di Patterson (Family Adjustment and Adaptation Response).

Ogni famiglia attraversa nella vita fasi di “funzionamento” e fasi di “adattamento” causate da un periodo di crisi. La crisi è causata da elementi stressanti a cui la famiglia risponde mettendo in campo risorse e strategie di coping.

Se le richieste eccedono le capacità si entra nella crisi vera e propria che termina quando i membri maturano la consapevolezza che è necessario un cambiamento (cosa che ovviamente si produce in un periodo di confusione e di costruzione di nuove routine).

Quando il cambiamento viene messo in atto si assiste all’adattamento, cioè al momento di consolidamento del nuovo.

Le strategie di coping

Come affrontare gli stressors prima di arrivare alla crisi? Le tre principali strategie sono:

> Evitamento: la famiglia attende in stallo, nella speranza che la sfida passi da sola, con il tempo (malattia di un familiare che porta all’ospedalizzazione per un periodo limitato di tempo).

> Eliminazione: i familiari creano una cornice di significato che legga il cambiamento o lo stressor come un elemento poco importante. La minimizzazione del pericolo protegge dall’idea del cambiamento (crisi adolescenziali possono essere classificate come ragazzate e quindi non affrontate).

> Assimilazione: la famiglia riconosce la necessità di un cambiamento, ma cerca di attuare delle modifiche il più superficiali possibile lasciando intatta la struttura della famiglia (l’arrivo del secondo figlio, porta ad un cambiamento del primogenito che sarà trattato come più capace del fratellino, ma resta pur sempre un figlio).

La via privilegiata alla risoluzione della crisi è sicuramente quella attiva che vede la famiglia cercare di inglobare il cambiamento: riducendo gli eventi stressanti, cercando nuove risorse all’interno, ma anche all’esterno della famiglia e elaborando le tensioni dandole un nuovo significato.

di Francesca Cilento

Relazione terapeutica, alleanza e outcome: il ruolo del terapeuta alla luce della teoria dell’attaccamento e dei sistemi motivazionali interpersonali

Data di pubblicazione: 24 ottobre 2019

Nell’articolo si indaga il ruolo del terapeuta alla luce della teoria dell’attaccamento e dei sistemi motivazionali interpersonali

I dati di ricerca hanno ripetutamente dimostrato come l’alleanza terapeutica sia un potente fattore predittivo dell’esito del trattamento psicoterapeutico (per una recente meta-analisi, si veda Horvath, Del Re, Flückiger et al., 2011).

Essa rappresenta infatti il fattore terapeutico aspecifico (non correlato all’uso di tecniche proprie di specifici orientamenti e modelli psicoterapeutici) con maggiore capacità di predire il buon esito del trattamento, configurandosi così come un nucleo concettuale e clinico di estrema rilevanza.

Secondo Bordin (1979) l’alleanza terapeutica è costituita da tre componenti: (1) l’esplicita condivisione di obiettivi da parte di paziente e terapeuta, (2) la chiara definizione di compiti reciproci all’inizio del trattamento (la negoziazione di obiettivi e compiti tra paziente e terapeuta è un momento cruciale nella costruzione dell’alleanza) e (3) il tipo di legame affettivo che si costituisce fra i due, caratterizzato da fiducia e rispetto. Da tale definizione è possibile evincere che l’alleanza e, conseguentemente, la psicoterapia in senso lato, si delineano come un lavoro collaborativo tra due soggetti interagenti ed entrambi attivi, ciascuno nel proprio ruolo. In particolare, il legame affettivo tra paziente e terapeuta, terzo elemento costitutivo dell’alleanza nonché fattore aspecifico di grande efficacia clinica, emerge dall’interazione tra due variabili principali: da una parte i comportamenti, le emozioni e i pensieri del terapeuta, dall’altra le proiezioni transferali che nascono dalle esperienze passate del paziente. Ecco che dunque entrambi gli elementi della diade clinica, paziente e terapeuta, ciascuno dotato di una propria storia evolutiva e di un proprio mondo interno, divengono di estrema importanza nella costruzione dell’alleanza e nella conduzione di una terapia avente buon esito.

La teoria dell’Attaccamento di Bowlby (1988) offre un’interessante cornice all’interno della quale esplorare il concetto di “alleanza terapeutica”, in quanto la sua costruzione e il suo mantenimento non possono prescindere dall’attivazione dei sistemi motivazionali (tra cui quello dell’attaccamento) di paziente e terapeuta, all’interno del dialogo clinico.

Tale teoria postula l’esistenza nell’uomo di una tendenza innata a ricercare per tutto l’arco di vita la vicinanza protettiva di una figura ben conosciuta ogni volta che si costituiscano situazioni di pericolo, dolore, fatica, solitudine, offrendo così all’individuo un notevole vantaggio in termini di sopravvivenza e adattamento all’ambiente.

L’ Attaccamento è dunque ascrivibile al concetto di “Sistema Motivazionale Interpersonale (SMI)”, definibile come una tendenza innata a base evolutiva capace di regolare comportamenti ed emozioni in vista di specifiche mete, plasmata, nella sua espressione, dalle memorie di quanto è precedentemente accaduto durante il suo esercizio. Tale SMI regola la richiesta di cura e si coordina con lo speculare sistema dell’Accudimento, adibito all’offerta di cura. Gli altri sistemi motivazionali dell’uomo sono il sistema agonistico (competizione per il rango), quello cooperativo (cooperazione tra pari, cruciale nella costruzione di una buona alleanza terapeutica) e quello sessuale: molti di essi entrano in gioco proprio durante lo scambio clinico tra terapeuta e paziente.

Bowlby propone inoltre che, come risultato dell’interazione con il caregiver durante l’infanzia, gli individui sviluppino specifiche rappresentazioni mentali relative al sé, all’altro e alla relazione. Tali Modelli Operativi Interni (MOI), memorie implicite e non verbalizzabili, guidano il comportamento di attaccamento successivo del bambino e, soprattutto, controllano il modo in cui i membri di una diade, anche in età adulta, anticipano, interpretano e dirigono le relazioni con i partner quando diviene attivo il sistema motivazionale dell’attaccamento.

A partire dalla teorizzazione di Bowlby e da studi osservazionali di interazioni madre-bambino, Ainsworth e colleghi (1978) hanno identificato tre diversi pattern di attaccamento (successivamente ampliati a quattro da Main e Solomon (1986) con l’introduzione del pattern disorganizzato), relativi a diversi MOI e correlati a specifiche modalità di gestione dell’angoscia nelle relazioni col caregiver: sicuro (B), insicuro evitante (A) e insicuro ansioso-ambivalente (C). Un caregiver sensibile e rispondente alle esigenze del bambino consentirà lo sviluppo di un attaccamento sicuro, caratterizzato da piena fiducia in sé, nell’altro e nelle relazioni. Caregivers insensibili o non rispondenti, al contrario, comporteranno un’insoddisfazione del bisogno innato di accudimento e determineranno da un lato l’evitamento della relazione (pattern A, le richieste di cura non sono mai soddisfatte) e dall’altro il desiderio ambivalente di vicinanza ed evitamento del contatto (pattern C, il caregiver è incostante e imprevedibile).

In un contesto terapeutico, ogni volta che nel dialogo clinico affiorino memorie e aspettative di difficoltà e dolore mentale, l’attivazione del sistema di attaccamento diviene praticamente inevitabile. Il rapporto clinico tra psicoterapeuta e paziente si presenta dunque frequentemente come un vero e proprio legame di attaccamento, e in esso si possono rintracciare alcune delle caratteristiche specifiche di tale relazione, quali la ricerca di vicinanza, la protesta nei confronti della separazione e la ricerca di una base sicura (Weiss, 1982). Il paziente, in almeno alcuni momenti del dialogo clinico, racconta la propria sofferenza, paura o angoscia e lo stato mentale che accompagna questa narrazione implica pressoché sempre l’attivazione del sistema motivazionale di attaccamento. Il paziente tenderà quindi ad applicare alla relazione con il terapeuta le memorie, le aspettative e i significati costruiti nella relazione con i genitori (MOI degli attaccamenti precoci) e gli stati mentali relativi all’attaccamento adulto.

Da un lato ciò comporta una minaccia all’alleanza terapeutica, perché sposta la relazione dal sistema cooperativo (il migliore per il mantenimento di buoni livelli di alleanza, in cui paziente e terapeuta lavorano insieme sullo stesso piano per il conseguimento di obiettivi condivisi) a un altro sistema, per di più gravato da MOI insicuri o disorganizzati. Dall’altro, proprio la comparsa di strutture e dinamiche mentali relative all’attaccamento nel dialogo clinico, è condizione che potenzialmente permette esperienze relazionali correttive nel paziente, di regola accompagnate dallo sviluppo delle capacità metacognitive (Liotti e Monticelli, 2014). Lo stesso Bowlby (1988) ha sottolineato che la relazione psicoterapeutica può costituire un importante fattore di cambiamento dello stile di attaccamento, consentendo al paziente di passare da uno stile insicuro a uno stile sicuro. In questo processo, il ruolo del terapeuta è anche quello di agire come una figura di attaccamento, creando una base sicura che consenta al paziente di procedere nell’esplorazione delle proprie esperienze e dei propri vissuti di attaccamento, favorendo esperienze emozionali correttive capaci di disconfermare i MOI insicuri: i vissuti di attaccamento del clinico andranno quindi ad agire specularmente già in questa fase.

Specularmente, come sottolinea Baldoni (2008), la relazione terapeutica può configurarsi come una potenziale condizione di minaccia anche per il clinico, esposto a possibili frustrazioni narcisistiche, incapacità o difficoltà diagnostica, eventuali fallimenti terapeutici o anche a disorientamento e sofferenza emotiva conseguenti all’entrare in contatto con gli stati mentali del paziente. Anche nel terapeuta possono così attivarsi comportamenti di attaccamento e MOI specifici, correlati alle esperienze passate e capaci di influire in modo significativo all’interno della relazione clinica e nella costruzione/ mantenimento/ riparazione dell’alleanza.

Lavoro terapeutico e alleanza non possono così non risultare profondamente influenzati anche dal terapeuta e dai suoi attributi personali e professionali. Le caratteristiche personali e le capacità individuali del terapeuta che favoriscono l’alleanza o che, al contrario, ne rendono più probabile la compromissione, sono state oggetto di numerose indagini (Backeland, Lundwall, 1975; Bein, Anderson, Strupp et al., 2000; Dunkle, Friendlander, 1996; Kvilinghan, Patton, Foote, 1998; Safran, Muran, 2000). Un’ampia rassegna (Ackerman, Hilsenroth, 2001, 2003) ha evidenziato numerosi attributi favorenti l’alleanza, tra i quali: capacità di esplorare temi interpersonali, elevato livello di metacognizione, tendenza a favorire l’espressione di emozioni in un’atmosfera di sostegno e attivo incoraggiamento, capacità di assumere un ruolo collaborativo nel dialogo col paziente al fine di perseguire insieme obiettivi specifici, genuinità dell’interesse per l’esperienza del paziente, accuratezza e parsimonia nelle interpretazioni. Sull’altro versante, sono stati individuati anche i fattori ostacolanti l’alleanza, tra cui: autoreferenzialità del terapeuta, tendenza a distrarsi quando il paziente parla, scarso coinvolgimento emotivo nello scambio clinico, sfiducia nelle proprie capacità di aiutare il paziente, tendenza a criticarlo e a colpevolizzarlo, uso inappropriato dell’autosvelamento e del silenzio, uso eccessivo di interpretazioni di transfert. Inoltre, i risultati di una prolungata ricerca curata da Norcross (2011) hanno messo in luce, quale “fattore di efficacia terapeutica promettente ma ancora non sufficientemente supportato da dati di ricerca”, proprio lo stile di attaccamento, capace di influenzare alleanza terapeutica e outcome.Nonostante questo campo sia stato per ora solo parzialmente esplorato, è possibile individuare, tra le altre, alcune prospettive cliniche che hanno cercato di approfondire le correlazioni tra lo stile di attaccamento del terapeuta e alcuni aspetti della relazione terapeutica, quali la costruzione dell’alleanza, il suo mantenimento nel corso della terapia e i possibili esiti dell’intervento.

Secondo Wilkinson (2003), medici e psicologi con stile di attaccamento insicuro si rivelano meno efficaci nella relazione clinica e sono maggiormente esposti al burn-out. Il distanziamento della rabbia e il diniego della vulnerabilità e della paura limitano l’espressione autentica della sofferenza e favoriscono lo spostamento sugli aspetti somatici, tecnici e specialistici (esami, test, farmaci…). I clinici con stile di attaccamento sicuro, invece, si adattano meglio alle diverse condizioni terapeutiche e riescono ad avvicinarsi ai bisogni specifici del paziente, integrando le proprie capacità riflessive con le informazioni cognitive e la comunicazione emotiva. Ne consegue una migliore qualità della relazione clinica e una maggiore soddisfazione personale del lavoro svolto (Dozier, Cue, Barnett, 1994).

Secondo Baldoni (2008), poichè un colloquio clinico è da considerarsi una relazione complessa in un contesto di relativa minaccia, in una situazione terapeutica i comportamenti e le reazioni emotive dei due partecipanti saranno significativamente influenzate dalle rappresentazioni relative alle esperienze di pericolo attivate nei reciproci modelli operativi interni. A partire da tale premessa, Baldoni ha delineato come i diversi stili di attaccamento del terapeuta possano influenzare la relazione clinica. Un clinico con uno stile insicuro distanziante (tipo A), si potrebbe caratterizzare per i tratti tipici di tale pattern: distanziamento dai propri bisogni e dagli affetti vissuti come negativi e pericolosi per il sé; tendenza ad assumere in modo compiacente il punto di vista degli altri, senza però riuscire a comprenderne a pieno i bisogni psicologici (scarsa funzione riflessiva e scarsa empatia); propensione a svolgere compiti tecnici privi di coinvolgimento emotivo (privilegiando la cognizione rispetto all’affettività); possibilità di intrusioni improvvise di emozioni distanziate e acting out.

Quando un clinico insicuro distanziante incontra un paziente con le stesse caratteristiche, i loro stili di attaccamento con ogni probabilità colluderanno e la relazione tenderà ad essere caratterizzata da un approccio rigidamente tecnico-cognitivo (spiegazioni razionali, ma superficiali, dei vari disturbi, visti soprattutto da un punto di vista biologico), con conseguente evitamento delle aree problematiche e distanziamento delle emozioni negative e tendenza a falsificare gli affetti pericolosi per il Sé.

I clinici con attaccamento insicuro preoccupato (tipo C) potrebbero manifestare invece uno stile opposto: drammatizzazione dei problemi ed enfatizzazione degli affetti, con conseguente ricerca di aiuto e comprensione da parte dei colleghi; rischio di fronteggiare le situazioni con aggressività o, al contrario, mostrando dipendenza e fuga dalle responsabilità; difficoltà nella costruzione di relazioni stabili e soddisfacenti; scarsa funzione riflessiva; difficoltà a tollerare frustrazioni e ambiguità, con tendenza a imporre le proprie idee ai pazienti.

Quando un terapeuta preoccupato incontra un paziente avente caratteristiche distanzianti, o viceversa, potrà verificarsi una parziale compensazione delle tendenze di entrambi, ma più frequentemente si manifesteranno incomprensioni riguardanti le aree trascurate dai reciproci stili di attaccamento (l’affettività per i soggetti distanzianti e la cognizione per quelli preoccupati), con il risultato di una difficoltà di comprensione reciproca e di condivisione dei risultati. Una delle conseguenze potrà essere la scarsa compliance terapeutica o l’interruzione improvvisa della terapia.

Inoltre, la scarsa capacità di mentalizzazione dei clinici con stile di attaccamento insicuro potrebbe portarli a svolgere con difficoltà un’adeguata funzione riflessiva all’interno della relazione. I terapeuti distanzianti rischierebbero di non riuscire a tenere debitamente conto delle proprie risposte emotive e a confrontarle con la percezione degli stati mentali dei pazienti, mentre quelli preoccupati potrebbero risultare concentrati sui propri stati mentali e avere difficoltà a rappresentarsi quelli degli altri.

In queste condizioni si verificherebbero con facilità fallimenti nella percezione del Sé e dell’altro (in termini di emozioni, desideri, aspettative e credenze), con conseguenze negative sul processo diagnostico, sulla qualità della relazione e sul buon esito della terapia. E’ così possibile che il terapeuta faccia un uso non adeguato o addirittura difensivo della diagnosi, attui interventi o interpretazioni inappropriati o troppo precoci, fatichi a riconoscere i propri stati emotivi e quelli del paziente e agisca comportamenti inappropriati.

Al contrario, un clinico con attaccamento sicuro (tipo B), essendo in grado di integrare informazioni cognitive (logiche) con l’affettività e presentando una buona capacità riflessiva ed empatica, potrà affrontare la relazione terapeutica in modo più consapevole, manifestando capacità di mentalizzazione, di comprensione empatica, di comunicazione e di analisi razionale del problemi, collaborando col paziente e adattandosi al meglio, in modo duttile ed equilibrato, alle sue specifiche caratteristiche e necessità (indipendentemente dal suo stile di attaccamento).

Tali considerazioni, sottolinea Baldoni, si riferiscono a tendenze e rischi dei quali il clinico dovrebbe essere il più possibile consapevole, ma in realtà la formazione terapeutica è spesso in grado di compensare in buona parte le caratteristiche di attaccamento meno funzionali al buon esito della relazione col paziente.

Per quanto riguarda invece le indagini sperimentali in tale campo, a fianco di una già forte consapevolezza circa le relazioni esistenti tra attaccamento sicuro del paziente e buoni esiti nella costruzione dell’alleanza terapeutica e nel percorso di trattamento (Diener e Monroe, 2011; Smith, Msetfi e Golding, 2010), vi è oggi anche una parallela tendenza a studiare l’effetto dell’attaccamento del terapeuta su alleanza e outcome, anche attraverso ricerche empiriche.

Rubino, Barker, Roth e collaboratori (2000), ad esempio, hanno studiato, in un campione di 77 psicoterapeuti in formazione, la correlazione tra stile di attaccamento (valutato con il Relationship Scales Questionnaire, RSQ), empatia e livello di profondità dei commenti a filmati di pazienti che attraversavano una fase di rottura dell’alleanza terapeutica e dei quali era noto lo stile di attaccamento (sicuro, distanziante, invischiato o spaventato). I terapeuti con attaccamenti insicuri hanno fornito un numero di risposte empatiche significativamente inferiore rispetto a terapeuti con attaccamenti sicuri, e la differenza risultava particolarmente rilevante quando il commento riguardava i filmati di pazienti sicuri e spaventati. Questo dato è spiegabile con l’eccessivo coinvolgimento evocato dalla sofferenza o dall’ostilità del paziente, che potrebbe portare il terapeuta a rispondere in maniera angosciata o ostile, o anche con atteggiamenti iper-accudenti che lo inducono a trovare soluzioni immediate pregiudicando in tal modo l’atteggiamento di collaborazione in vista di uno scopo congiunto alla base di una buona alleanza terapeutica.

In generale, rispetto all’intero campione di psicoterapeuti, i commenti empatici più frequenti riguardavano i filmati dei pazienti con attaccamenti spaventati, erano un po’ meno frequenti con i filmati dei sicuri e degli invischiati ed erano minimi con quelli degli evitanti. Ciò è spiegabile con la particolare intensità e conflittualità delle richieste di aiuto dei pazienti spaventati, che da un lato suscita l’interesse del clinico e, dall’altro, data la forte conflittualità, lo costringe alla riflessione.

Rispetto alla profondità dei commenti, infine, questi risultavano più convenzionali e di profilo qualitativo inferiore più con i pazienti evitanti che con quelli invischiati e spaventati. Questa minore profondità delle risposte con pazienti distanzianti può essere spiegata in quanto, tali pazienti, hanno un atteggiamento che spesso minimizza da un lato l’espressione dei propri bisogni di ricevere aiuto e cura e dall’altro l’importanza della relazione con il terapeuta, provocando nel clinico una certa lontananza emotiva e quindi una maggiore difficoltà nell’empatizzare con i bisogni profondi, ma non espressi, del paziente.La letteratura scientifica inizia così a connotarsi anche per la presenza di ricerche empiriche volte ad indagare le relazioni esistenti tra lo stile di attaccamento del terapeuta e alcuni aspetti della relazione clinica (Sauer, Lopez e Gormley, 2003; Black et al., 2005; Dinger e Strack, 2009; Bucci et al., 2015); tuttavia i risultati ottenuti non sempre sono in linea tra loro e non è semplice trarre conclusioni definitive sull’argomento.

Per quanto riguarda le revisioni della letteratura, queste si sono concentrate maggiormente sul ruolo del paziente (Daniel, 2006; Diener e Monroe, 2011; Smith et al., 2010), trascurando così la figura del terapeuta, tanto che ad oggi non esistono molte review che analizzino in modo sistematico gli studi compiuti in merito alle relazioni che intercorrono tra stile di attaccamento del clinico, alleanza e risultati della terapia.

Una recente rassegna (Degnan et al., 2014) ha però cercato di colmare tale vuoto, analizzando e comparando i risultati di 11 studi (a partire da 2258 lavori totali) volti ad indagare la relazione tra stile di attaccamento del terapeuta e alleanza terapeutica e/o outcome, compiuti tra il 1980 e il 2014, includendo nelle analisi solo quelli che si fossero avvalsi di misure validate per la valutazione dell’alleanza/outcome e dell’attaccamento. Nello specifico, l’alleanza è stata misurata principalmente attraverso il Working Alliance Inventory, WAI (in 6 degli studi considerati), mentre l’outcome è stato valutato soprattutto con la Symptom Check List-90 (SCL-90-R). Per la misura dell’attaccamento si è fatto ricorso a vari strumenti, alcuni etero-somministrati, altri ad auto-somministrazione: Adult Attachment Interview, AAI; Experiences in Close Relationship Scale, ECRS; Relationship Questionnaire, RS; Relationship Scale Questionnaire, RSQ; Attachment Styles Questionnaire, ASQ; Adult Attachment Scale, AAS.

L’utilizzo di misurazioni non omogenee, sia per quanto riguarda l’attaccamento che per quanto concerne l’alleanza terapeutica e l’outcome, costituisce però un’importante criticità dello studio, poiché non consente un corretto confronto dei risultati ottenuti.

E’ comunque possibile evidenziare qualche risultato interessante, anche se non sempre le conclusioni ottenute sono coerenti tra i diversi studi presi in esame.

Dei sette studi che hanno valutato l’impatto di un attaccamento sicuro, solo tre hanno dimostrato un’effettiva associazione positiva tra la sicurezza del terapeuta e l’alleanza terapeutica (Black et al., 2005; Bruck et al., 2006; Dunkle e Friendlander, 1996).

Dieci degli undici studi esaminati hanno misurato invece l’impatto di un terapeuta con attaccamento insicuro sull’alleanza. Tre studi (Black et al., 2005; Dinger et al., 2009; Sauer et al., 2003) suggeriscono che i clinici con uno stile di attaccamento ansioso stabiliscono alleanze di lavoro più povere con i loro clienti. Un ulteriore studio (Sauer et al., 2003) ha dimostrato che l’attaccamento ansioso del terapeuta è correlato positivamente a buoni livelli di alleanza all’inizio della terapia, ma ha un effetto negativo sulla alleanza stessa nel corso del tempo.

Su quattro studi, solo uno ha riscontrato un impatto diretto dello stile di attaccamento del terapeuta sui risultati del trattamento (Bruck et al., 2006): un attaccamento sicuro nel terapeuta porterebbe a esiti terapeutici più favorevoli rispetto a quelli ottenuti da un terapeuta con attaccamento ansioso o evitante.

Tuttavia, i risultati preliminari suggeriscono che questi rapporti potrebbero non essere così lineari e che stili di attaccamento del terapeuta e caratteristiche del paziente interagiscono tra loro nei processi di influenza dell’alleanza e degli esiti del trattamento. Altri studi hanno dimostrato che lo stile di attaccamento del terapeuta ha una maggiore influenza sull’alleanza e sull’outcome quando i pazienti presentano un quadro clinico grave. In particolare, uno studio (Schauenburg et al., 2010) ha messo in luce che lo stile di attaccamento sicuro del terapeuta ha avuto un migliore impatto su alleanza e outcome quando i pazienti presentavano una maggiore compromissione psicopatologica. Specularmente, è stato anche mostrato che l’attaccamento ansioso del terapeuta influenza negativamente la costruzione dell’alleanza con pazienti che riportano una maggiore compromissione a livello del funzionamento interpersonale.

Infine, i risultati di tre studi (Tyrell et al., 1999;Bruck et al., 2006; Petrowsi et al., 2011) suggeriscono che stili di attaccamento dissimili in paziente e terapeuta possono risultare vantaggiosi in termini di alleanza terapeutica e outcome: una mancanza di sovrapposizione tra stile di attaccamento di terapeuta e paziente renderebbe quest’ultimo più in grado di esplorare tali differenze e disconfermare così le strategie interpersonali ed emotive usualmente utilizzate, divenendo più in grado di adottare nuovi e più funzionali comportamenti, al servizio della terapia e dei suoi esiti positivi. Tuttavia, questo dato non è confermato da tutti gli studi che hanno indagato tale combinazione, tanto che un lavoro più recente (Wiseman e Tishby, 2014) ha dimostrato un impatto positivo su alleanza terapeutica e outcome qualora terapeuta e paziente presentino analoghi pattern di attaccamento (almeno in caso di attaccamento evitante a basso indice).

Nonostante l’indubbia necessità di procedere alla definizione di studi più rigorosi che valutino le associazioni tra stile di attaccamento del terapeuta e alleanza, la rassegna presa in esame mette in luce l’esistenza di alcune prove preliminari circa l’impatto positivo che un attaccamento sicuro nel terapeuta può avere sulla costruzione e sulla qualità dell’alleanza. La maggiore capacità di adattare il proprio stile interpersonale a seconda delle caratteristiche del paziente potrebbe essere un importante fattore favorente il buon esito della terapia.

Vi è inoltre qualche evidenza del fatto che un attaccamento insicuro può comportare conseguenze più rilevanti quando si lavora con pazienti complessi, maggiormente compromessi da un punto di vista clinico.

Alcune ricerche hanno poi evidenziato che lavorare con le emozioni potrebbe risultare più difficile per i terapeuti con attaccamento insicuro, in quanto gli evitanti potrebbero avvertire un certo disagio ad entrare in contatto con vissuti emotivi negativi, mentre gli ansiosi potrebbero percepire un eccessivo e disorganizzante coinvolgimento.

Poiché per ora non vi sono evidenze definitive e unanimi che emergano da ricerche empiriche circa le associazioni tra stile di attaccamento e alleanza terapeutica, è bene che i clinici prestino particolare attenzione alle proprie esperienze di attaccamento e a come queste possano entrare in gioco durante la terapia. Migliorare la conoscenza del proprio stile di attaccamento potrebbe aiutare i terapeuti a comprendere meglio alcune dinamiche interpersonali all’interno della relazione terapeutica, orientando così l’intervento e disponendo di maggiori strumenti clinici in caso sia necessario riparare alcune rotture dell’alleanza (Wallin, 2009).

Per quanto riguarda la “combinazione” tra stile di attaccamento del paziente e stile del terapeuta, al momento non è chiaro se la corrispondenza (o mismatching) sia benefica. Mallinckrodt (2010) afferma che i terapeuti dovrebbero inizialmente assecondare lo stile interpersonale del paziente per incrementarne la motivazione e l’aderenza alla terapia e successivamente, con il progredire del lavoro clinico, creare uno scarto tra il proprio stile e quello del paziente al fine di favorirne l’esplorazione e la messa in discussione, utile al cambiamento atteso.

Una via feconda per la ricerca in psicoterapia potrebbe essere costituita dall’indagare come i terapeuti dovrebbero utilizzare le maggiori conoscenze circa il proprio stile di attaccamento individuale ai fini di una migliore alleanza col paziente.

Per concludere, questa rassegna (a fianco di altri studi) evidenzia l’esistenza di alcune iniziali conferme dell’assunto secondo il quale lo stile di attaccamento del terapeuta e le interazioni tra l’attaccamento del clinico e quello del paziente impattano sull’alleanza e sui risultati della terapia. Tuttavia, alcune debolezze metodologiche e la grande eterogeneità delle caratteristiche e dei risultati degli studi considerati sottolineano la necessità di procedere nella definizione di nuovi e più rigorosi disegni di ricerca in quest’area, senza dubbio di grande interesse e rilevanza clinica. Alla luce di quanto fin qui riscontrato, è comunque bene che i terapeuti prestino particolare attenzione al proprio stile di attaccamento, a quello del paziente e alle conseguenze che questi potrebbero avere all’interno della relazione clinica: una buona conoscenza di tali aspetti, unitamente a quanto si ricava dalla Teoria dell’Attaccamento e dei Sistemi Motivazionali Interpersonali, costituisce senza dubbio un valido strumento per procedere con maggiore consapevolezza all’interno della pratica clinica.

FONTE: Valentina Carnevali

I figli di cristallo.

Data di pubblicazione: 22 ottobre 2019

I figli della società di oggi si possono chiamare “i figli di cristallo”, perché vivono in una sfera di vetro frangibile che al minimo tocco si fa in mille pezzi.

I “figli di cristallo” sono, nella contemporaneità, allevati da genitori superapprensivi, i quali al minimo problema che accade tra le mura scolastiche o anche fuori dalla scuola si allarmano. E con chi si vanno a scagliare?

Col malcapitato insegnante di turno, al quale imputano tutte le colpe e le responsabilità del caso. I “figli di cristallo”, assieme ai genitori devono capire che solo le cadute e il conseguente saper rialzarsi dalla caduta è segno di crescita e di maturità nell’adolescente.

Quante volte noi della cosiddetta “vecchia generazione” siamo caduti per strada, avevamo i ginocchi sbucciati dopo una partita di pallone, salivamo e scendevamo sentieri difficili senza avere un briciolo di paura.

Eppure siamo andati avanti, siamo cresciuti, abbiamo assunto delle responsabilità, siamo, in parole povere, maturati e diventati adulti. “I figli di cristallo” dell’epoca moderna sembra che hanno fretta di crescere, vogliono restare sempre eterni adolescenti e vivere come se fossero in una “campana di vetro”. A farli diventare adulti deve essere la scuola e gli insegnanti perché i genitori non hanno mai tempo da dedicare alla crescita e alla educazione dei propri figli. Certo, non si vuole generalizzare, ma nella stragrande maggioranza dei casi è la nuda e cruda realtà, quella che viviamo tutti i giorni e che le cronache quotidiane ci propinano sulla condizione genitoriale nella società contemporanea.

Essere genitori, è vero, oggi è molto difficile (forse più di ieri) e spesso è un’impresa titanica educare al buon senso, al rispetto delle regole della civile convivenza. Tuttavia accontentare sempre e comunque genera un “male” diffuso e fa “ammalare” il tessuto sociale. Dobbiamo metterci in testa che la scuola da sola non ce la fa a reggere l’urto: ha necessariamente bisogno della famiglia che deve dare l’impostazione educativa. Ci dobbiamo convincere che quel famoso “Patto di corresponsabilità” che al momento dell’iscrizione viene consegnato alla famiglia, va letto, riletto, meditato, evidenziato altrimenti non serve a nulla…è solo carta straccia. I genitori devono apprendere bene il loro mestiere di “essere genitori”, responsabilizzando i figli, non aiutandoli a superare l’asticella degli ostacoli, perché le difficoltà nella vita si incontreranno sempre.

Bisogna far capire ai figli che non è sempre scontata la vittoria, ma che è necessario saper accettare anche l’amarezza della sconfitta. Perché prima o poi la vita li porterà ad affrontare grandi sfide e allora per i nostri ragazzi subentra la demoralizzazione, lo sconforto, il tedio, il “male di vivere” montaliano. Per affrontare le emergenze educative è urgente ripartire dal tessuto familiare, quel tessuto che è ormai sfibrato, reciso, senza più cuciture e smetterla una volta per tutte di attribuire tutta la responsabilità alla scuola, agli insegnanti che giornalmente lavorano in “trincea” tra situazioni veramente difficili ed ai limiti della tolleranza.

Se i genitori ritornassero al loro ruolo primario senza accusare l’operato dell’insegnante che svolge il suo lavoro di facilitatore delle conoscenze e d coeducatore forse potremmo in un futuro non lontano recuperare quel tessuto sociale che si è annullato. Ma non lo sarà più, purtroppo.

Inviato da Mario Bocola

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