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  • Le nostre attività istituzionali

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  • Psicoterapia per tutti

    Psicoterapia per tutti

    Si tratta di servizi che, utilizzando specifiche tecniche terapeutiche, propongono percorsi di comprensione e cambiamento, profondo e globale, dei processi personali attraverso i quali le persone si limitano e si mantengono nel disagio.

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  • Consulenza psichiatrica e psicodiagnosi

    Consulenza psichiatrica e psicodiagnosi

    Sono consulenze specialistiche per disagi relativi alla sfera personale e psichica finalizzate all’inquadramento diagnostico e alla cura attraverso lo sviluppo di un piano terapeutico

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  • Sai a chi rivolgerti?

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    Sono consulenze specialistiche per disagi relativi alla sfera personale e psichica finalizzate all’inquadramento diagnostico e alla cura attraverso lo sviluppo di un piano terapeutico

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  • Psicoterapia di gruppo

    Psicoterapia di gruppo

    La terapia di gruppo è una possibilità altra di osservare e comprendere meglio i propri pattern relazionali in un contesto più naturale e complesso rispetto alla semplice interazione diadica col terapeuta il gruppo si pone infatti come “terzo elemento” della relazione terapeutica.

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  • Life & Business Coaching

    Life & Business Coaching

    Un servizio sostanzialmente rivolto a chi vuole aumentare le proprie performance individuali

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  • Sportello famiglia di accompagnamento psicologico e legale

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    Lo Sportello Famiglia è un’attività di prevenzione della gestione della conflittualità genitoriale finalizzata alla riduzione del danno evolutivo sui figli minori.

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    L’associazione Psy si rende attiva nella lotta a questo tipo di comportamenti, mettendo a disposizione uno spazio settimanale di accoglienza e supporto alle giovani vittime.

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    Sono interventi che mirano a migliorare la capacità delle persone di comprendere sè stesse e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace.

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    La Mediazione si pone l’obiettivo di rendere la coppia protagonista e responsabile nella gestione del conflitto in un’ottica di continuità genitoriale.

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INFORMAZIONI
  • Codice di condotta

    Relativo all’utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività professionale degli psicologi.

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  • Quanto può durare la Psicoterapia

    La durata della psicoterapia, oltre che dai tempi interni della persona e dalla sua situazione di partenza, dipende inoltre dagli obiettivi che vengono posti insieme tra terapeuta e paziente.

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  • Diritti del paziente

    Quando si fa ricorso ad un servizio psicologico si è in presenza, dal punto di vista legale, di un mandato. Lo psicologo specialista s’impegna a svolgere con cura il compito affidatogli.

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  • Parcella deducibile / rimborsabile

    Chiedete fin dall’inizio quanto costa la consulenza o la terapia. Le assicurazioni complementari coprono una parte dei costi per psicoterapie fornite da psicoterapeuti liberi professionisti.

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  • Quanto costa la Psicoterapia

    L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha stabilito dagli ordini professionali che prevede il costo di ogni singolo incontro a seconda del tipo di intervento (individuale, di gruppo, familiare, ecc.).

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  • Consulenza competente

    La malpratique professionale è ancora diffusa e crediamo che una utenza informata possa essere un viatico alla svolgimento corretto di una professione molto utile e che amiamo.

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  • Codice deontologico

    In 42 articoli il testo approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine nell’adunanza del 27-28 giugno 1997.

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  • Consulenza o Terapia?

    Rivolgersi allo psicologo – psicoterapeuta non significa per forza impegnarsi in un lungo (e quindi anche costoso) percorso.

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  • Erogazioni liberali alle ONLUS

    Le persone fisiche possono dedurre dal reddito complessivo le liberalità erogate a favore delle Onlus, nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000,00 annui.

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“Ci vogliono tristi e ammalati per far salire il Pil. Chi è felice non consuma, non cerca cibo o abiti di cui non ha bisogno”

“Ci vogliono tristi e ammalati per far salire il Pil. Chi è felice non consuma, non cerca cibo o abiti di cui non ha bisogno” – Data di pubblicazione: 9 settembre 2019

L’ epidemiologo Franco Berrino intervistato dal Corriere della Sera: “C’è bisogno della consapevolezza di non avere bisogno di consumare in eccesso, a dispetto dell’economia”

Il nostro organismo è stato progettato nel corso di milioni di anni e poi costruito in nove mesi per ritrovare l’equilibrio in qualunque situazione, ma va incontro a deterioramenti che dipendono dalle difficoltà in cui lo mettiamo.

“Ci vogliono tristi per far salire il Pil. Ma io vi spiego come essere felici”, dice Franco Berrino, 75 anni, medico di lungo corso. Epidemiologo, per molti anni ha lavorato all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, oggi Berrino promuove la corretta alimentazione come prezioso strumento per prevenire le malattie e mantenersi in salute. In occasione dell’uscita del suo libro “La via della leggerezza” (Mondadori), il medico è stato intervistato dal Corriere della Sera.

A chi gli chiede cosa significhi “essere leggeri”, il medico risponde:

Ha a che fare con la felicità. Essere leggeri significa essere felici. E anche un po’ rivoluzionari. Perché la nostra società, quella occidentale e ricca, ha bisogno delle insicurezze e del malcontento delle persone per sostenere il proprio sistema economico.

L’epidemiologo scende nel dettaglio, spiegando qual è secondo la sua opinione il nesso tra società dei consumi, leggerezza e felicità.

Ci nutriamo di cibi di cui non abbiamo bisogno, acquistiamo beni di cui non abbiamo bisogno, prendiamo farmaci di cui spesso non abbiamo bisogno. E lo facciamo perché vi siamo indotti dalla pubblicità, dalla comunicazione, da una politica che ritiene che l’economia possa funzionare solo rilanciando i consumi […] Chi è felice non consuma. Chi è leggero non ha bisogno di cercare altrove gratificazioni che non trova nella sua vita.

Berrino parla poi del nostro stile alimentare, spesso esagerato rispetto alle reali esigenze del corpo e delle vite che conduciamo.

Siamo i figli delle carestie ma senza più carestie e svolgiamo attività sempre meno faticose che richiedono meno dispendio di energia. Però continuiamo ad accumulare riserve. Oggi però non c’è ragione di eccedere nel cibo. Occorre raggiungere la consapevolezza di non avere bisogno di consumare, a dispetto dell’economia.

A proposito di economia, Berrino parla anche di quella che ruota attorno al servizio sanitario.

Le malattie danno un gran contributo alla crescita del Pil. Più ci ammaliamo più c’è lavoro per medici, ospedali, aziende farmaceutiche, produttori di strumenti sanitari e il resto dell’indotto.

E a chi gli domanda qualche suggerimento per vivere e mangiare bene, l’epidemiologo risponde con questi consigli:

Basta riscoprire la vera dieta mediterranea: cereali integrali, noci, nocciole, mandorle, tanta verdura, frutta, pesce, limitare la carne, soprattutto quella rossa o lavorata, e non aggiungere zuccheri […] L’attività fisica? Non serve molto, basta tenersi in attività tutti i giorni. Camminare nel verde o in un bosco ha anche un effetto antidepressivo.

Chi è il dott. Franco Berrino

Il dott. Franco Berrino  è medico, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Nella sua attività quarantennale di ricerca e prevenzione ha promosso lo sviluppo dei registri tumori in Italia. Ha inoltre coordinato i registri tumori europei per lo studio della sopravvivenza dei malati (Progetto EUROCARE).

Ha coinvolto decine di migliaia di persone in studi sulle cause delle malattie croniche (Progetti ORDET e EPIC). I risultati gli hanno consentito di promuovere sperimentazioni per modificare lo stile di vita allo scopo di prevenire l’incidenza e la progressione dei tumori (progetti DIANA).

DYSARESKEIA Insoddisfazione cronica: psicologia di chi non si accontenta mai

Sento qualcosa di insoddisfatto nel mio cuore, sempre.

DYSARESKEIA Insoddisfazione cronica: psicologia di chi non si accontenta mai – Data di pubblicazione: 5 settembre 2019

Dysareskeia è il nome di un nuovo ma da sempre presente, disagio psicologico. Non è da noi inventare nuovi stati morbosi, anzi, con questa scoperta possiamo dire che riduciamo le malattie di origine psicologico di un considerevole numero di termini e quindi, diagnosi.

La dysareskeia compare con dei sintomi precisi quasi sempre all’indomani di qualche evento negativo per il soggetto. Questi eventi negativi possono essere dai più gravi, un lutto, la perdita del lavoro, un fallimento esistenziale, ai più lievi quali una piccola incomprensione, un litigio con un amico/a, un banale incidente anche automobilistico e quant’altro può venirvi in mente.

I sintomi sono molteplici e precisi e vanno dalla diminuzione dell’autostima, alla perdita dell’interesse per la vita in genere e/o qualcosa di particolare. Il soggetto non è più in grado di sentire attrazione per qualche cosa, per un obiettivo piuttosto che per un conseguimento di piacere. Nulla è più interessante nella sua vita.

Conosciamo tutti molte persone che hanno una bella casa un marito/moglie adorabile e fedele, figli stupendi, nessun problema economico ma purtroppo non sono felici, non riescono ad avere alcuna soddisfazione dalla loro vita: ecco la dysareskeia.

La madre di tutte le malattie, psichiche ma anche somatiche, organiche. L’ammalato di dysareskeia non vede l’ora di appendere la sua insoddisfazione a qualcosa di conosciuto, ad una malattia psichica ma ancor più organica, per dare nome e cognome ad uno stato psicologico di cui non sa la provenienza e nulla fa più paura di quel vuoto angosciante senza un perché.

Questi soggetti solitamente si buttano sulle teorie sia psicologiche che fisiologiche con la speranza di non essere loro, cioè che non sia la loro vita e le loro scelte ad averli ridotti in quello stato. Una delle difese maggiori alla dysareskeia è proprio quella di non assumersene la responsabilità, questo è già sintomo della malattia.

Nel trattamento della dysareskeia ci si imbatte indubbiamente su molte questioni sia metodologiche che oggettive dalle quali se ne può uscire con pazienza e accoglienza. Per fortuna la prognosi della dysareskeia è positiva, nel senso che è clinicamente aggredibile, trattabile e risolvibile.

Perché succede e cosa possiamo fare per fermare il senso d’insoddisfazione

Anche tu puoi farcela ad avere tutto e se non ce la fai è perché non fai abbastanza, avanti così, risuona il grido. No, non è vero.

Dopo secoli di storia emerge intatto il senso di un concetto che forse possiamo iniziare, lentamente, a riscoprire: «Chi non è soddisfatto di ciò che ha, non sarebbe soddisfatto neppure se avesse ciò che desidera». Nelle parole del filosofo greco Socrate si cela qualcosa che spesso ci sfugge: avere desideri, evolvere, cercare nuove formule per una vita più felice è legittimo, ma possiamo realizzarlo solo partendo da ciò che abbiamo.

Partire da ciò che si ha significa iniziare a vedere e accettare ciò che siamo. Con la sua precarietà, con le incertezze e le mancanze che sono proprie dell’esistenza. È da questo che può nascere la capacità di vedere anche quello che ci rende ricchi in quanto ac-cresciuti dal percorso di vita che abbiamo fatto, non per ciò che possediamo bensì per ciò che siamo. Meno affamati e più grati.

Gratificante non è solo la fame placata nel raggiungimento di un obiettivo costante, bensì la capacità di acquisire la consapevolezza di essere vivi e che la nostra forza più grande è il costante fare esperienza della vita, pur non sapendo dove ci porterà.

Antonio Alberto Semi, i rischi dello psicoanalista

Antonio Alberto Semi, i rischi dello psicoanalista – pubblicato il 02.09.2019

di Davide D’Alessandro pubblicato su Il Foglio

Chi ha letto i libri di Antonio Alberto Semi sa delle sue pagine raffinate. Davanti alle nostre venti domande si è chiesto se rispondere a mo’ di trattato, che pure scrisse tanti anni fa, o a monosillabi. Ha risposto da par suo, da uomo intelligente, da analista che sa guardare fuori e dentro di sé.

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

È un metodo di indagine dell’attività psichica. In pratica alcune tecniche derivate e coerenti con il metodo consentono un’attività detta “clinica”. Dai dati ricavati tramite questa attività vengono costruite ipotesi teoriche e teorie generali. Metodo, clinica e teoria sono inscindibili. La psicoanalisi serve a comprendere la propria complessità e quella altrui e le rispettive soggettività.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

Fatti miei. Cioè “fatti”- dunque qualcosa di preciso – e “miei” dunque personali e che sarebbe inutile esibire.

Come scelse i suoi analisti?

Scelsi il mio analista dopo aver colloquiato con due-tre.

Che cosa occorre per fare un ottimo analista?

L’ottimo analista non esiste oppure è il risultato di una idealizzazione. Invece per fare bene il proprio mestiere occorre una buona dose di onestà intellettuale, di autocritica e autoironia, di comprensione dei propri stati d’animo.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

Tante scuole? Ce ne sono poche o pochissime, purtroppo la parola “psicoanalisi” è così prestigiosa che viene usata per qualsiasi altra attività “clinica”.

Perché ritiene Freud il più convincente dei maestri?

Freud non vuole convincere nessuno. Era davvero un laico. Le sue ipotesi cliniche, teoriche e di metodo sono sempre discusse da lui stesso e discutibili.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

Penso che l’ “anima” sia una costruzione teorica pleonastica.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?

Come dice Danilo Toninelli, è una questione di rapporto tra costi e benefici. Umani, non economici.

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?

Domanda mal posta. La nevrosi è sempre grave perché fa soffrire e fallire, fare gerarchie di sofferenze è estraneo all’analisi.

Curano di più le parole o i silenzi?

Mah! Le parole possono rappresentare un silenzio totale, si parla per non dire alcunché, il silenzio può rappresentare una disponibilità o una indifferenza. In ogni caso sono fenomeni coscienti che possono avere motivazioni inconsce diversissime.

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?

Ma no, sono modi di dire. E’ importante che in analisi sia possibile sperimentare la propria capacità e il proprio desiderio di uccidere – e che ci sia qualcuno che è in grado di affrontare assieme queste tendenze umane.

Come si lavora per far crollare le resistenze?

Il problema è sempre quello di poter riconoscere – entrambi – quanto il pensiero conscio sia spesso e per lo più implichi qualcos’altro. Riconoscere che il proprio pensiero è “pilotato” da altro, ossia dall’inconscio, è sempre difficile ma anche entusiasmante e spesso divertente.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?

Siccome lavoro su ipotesi di origine freudiana, ritengo che il transfert sia quel che l’analizzando trasmette all’inconscio dell’analista. Il controtransfert è in primo luogo l’opposizione – per lo più narcisistica e inconscia – al riconoscere che il nostro pensiero (compresi gli affetti, ovviamente) è stato spossessato da un altro senza che noi abbiamo potuto far nulla per impedirlo. La forma che assume questa opposizione e che giunge alla coscienza dell’analista, è spesso utile per poter affrontare il transfert.

Per Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?

Come no! Ma in genere non immediatamente, attraverso minimi e progressivi spostamenti d’accento. In ogni caso, la “buona” interpretazione riguarda il lavoro che l’apparato psichico ha compiuto per esprimere qualcosa di altrimenti inesprimibile. Anche per questo le interpretazioni “facili” o “evidenti” sono in generale delle bufale.

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?

Perché non porre viceversa la domanda se abbia provato maggiore piacere a lavorare con il mio inconscio o con quello degli altri? La fatica c’è, beninteso, ma il piacere di comprendere – sé e gli altri – è certamente maggiore.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?

Mah! Cosa vuol dire “breve”? Un’analisi o è tale o non è. Chi spaccia trattamenti brevi è un professionista delle fake news. In genere ha successo perché molte persone chiedono solo di rafforzare le proprie difese, non di capirsi: tanti auguri.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?

Mi piace pur che sia chiaro che il cammino si svolge tra il riconoscimento del proprio destino e quello delle proprie possibilità.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?

Tanti rischi. Pensare – inconsciamente – di essere un guru o un profeta o un caposcuola (vedi sopra sulle scuole) o di “aver capito davvero” com’è fatto l’altro. In generale, il rischio appunto di perdere il gusto del mestiere.

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?

Quella di Ogden è una banalità, lui è un bravissimo espositore ma cade spesso in formulette di quel genere. Il fatto drammatico dell’essere umano è che il pensiero proprio è sempre anche pensiero dell’altro, fin dalla nascita. Beninteso: il pensiero serve per vivere, dunque qualche modo di pensare verrebbe comunque elaborato, anche senza la presenza di un altro, ma di questo non sappiamo nulla. Poi quanti soggetti inconsci si costituiscano nell’animo di ciascuno è un elemento da scoprire durante l’analisi. Perciò la disidentificazione è ancor più importante della identificazione, che pure ci consente di pensare.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?

La psicosessualità è sempre al centro dello sviluppo della soggettività dell’essere umano, dunque anche in analisi. C’è altro? Oh, c’è tanto altro. Tanto più oggi, allorché sembra diffondersi il divieto sociale e la paura conformistica conseguente di comprendere davvero cosa voglia dire la soggettività – con tutto il carico di tristezza ma anche di gioia, di limitata potenza ma anche di creatività – che essa comporta. L’orientamento della nostra cultura sembra essere quello di favorire le pecore, i sudditi anziché i cittadini, se si intende con questo termine indicare la meravigliosa differenza che esiste tra un essere umano e l’altro, differenza che chiede e promuove lo scambio fertile.

Psicoterapia e denaro – la parcella del terapeuta e le fantasie ad esso connesse.

Denaro e Psiche – Valori e significato nelle relazioni di scambio

PsicPsicoterapia e denaro – la parcella del terapeuta e le fantasie ad esso connesse. – pubblicato 31.08.2019

Il tema del pagamento in terapia rientra in quello più ampio del setting ed è stato trattato seriamente dal punto di vista teorico a partire dagli albori. Freud ha introdotto il principio del “noleggio dell’ora” come strumento necessario, in quanto “senza di che le resistenze dell’inconscio troverebbero una sin troppo facile via di scarica”.

La presenza di un onorario non soltanto introduce nel rapporto terapeutico dei significati, ma investe anche aspetti legati al principio di realtà, individuali e sociali. La psicoterapia é un’attività professionale e, in quanto tale, possiede una dimensione concreta, di cui gli aspetti legati alla transazione del denaro fanno parte.

Lo psicologo dipende dalla sua attività professionale per guadagnarsi da vivere, ma immaginare che la dimensione economica del rapporto non influisca sullo spazio relazionale e sulla terapia è quanto meno ingenuo. In questa dimensione idealizzata – a volte fantasticata da alcuni pazienti che chiedono primi colloqui o addirittura terapie gratuite in virtù dell’idea che se al terapeuta importasse “veramente” di loro non chiederebbe del denaro per aiutarli – sarebbe impossibile elaborare tutta l’importantissima area simbolica delle dipendenze e delle controdipendenze, ma allo stesso modo ci si scontrerebbe con l’impossibilità di compiere un trattamento psicoterapeutico se la dipendenza del terapeuta dai pazienti per il proprio sostentamento fosse eccessiva. Per tale motivo terapie a basso costo non solo sono sintomatiche di un professionista che non ha i fondi da investire sulla formazione continua – attività fondamentale – ma sono anche lesive del benessere del paziente in quanto generano una elevata dipendenza del terapeuta dai pazienti, relativamente al proprio sostentamento economico.

Non vi è dubbio che il denaro, ad esempio la voglia di guadagnare da parte del terapeuta e di risparmiare da parte del paziente, sia una questione legata a emozioni e motivazioni che possono anche essere importanti. Una giusta parcella, che sia sostenibile da entrambe le parti in causa, garantisce il setting e permette di instaurarsi della dipendenza e contro dipendenza del paziente ma non implica in dinamiche personali il terapeuta, mantenendo – passate la metafora – il “campo operatorio” sterile.

Il pagamento della terapia, equo in base a quanto professionalmente formato il terapeuta e in base al Tariffario Nazionale, sostenibile in base alla situazione sociale attuale, permette che vi sia un riconoscimento da parte del paziente che ciò che sta ricevendo è una prestazione professionale e nella relazione garantisce un equo scambio. Il terapeuta infatti mette a disposizione la propria competenza teorico-professionale, il paziente mette a disposizione la propria competenza su di sè ed insieme si lavora per giungere agli obiettivi concordati. Senza questo equo scambio non c’è terapia ma una reciproca manipolazione disfunzionale in primis al paziente e una non eticità del terapeuta.

Inoltre, la questione del denaro viene proficuamente utilizzata per comprendere dinamiche sia del paziente sia del terapeuta, e si noti che il denaro è un aspetto tra i tanti che possono rientrare nel lavoro terapeutico in senso lato, infatti il terapeuta riflette ugualmente, ad esempio, sulla durata della seduta, ritardi, anticipi, spostamenti etc. etc.

Tutto diviene quindi terapeutico, anche le aspettative magiche che il paziente ha di ricevere qualcosa di cui sente il bisogno ma che pensa di aver “diritto” in base alla sua storia personale, di dover avere gratuitamente o a basso costo. Riconoscere ed accettare il valore di ciò che si riceve in terapia, uscendo dalla pretesa infantile, è già il primo passo verso il cambiamento e il benessere personale e mentale.

Procrastinazione: un tentativo di regolare le emozioni

Perché procrastini? (…non ha nulla a che fare con l’autodisciplina o con la pigrizia!)

Procrastinazione: un tentativo di regolare le emozioni – Pubblicato da Psy il 31.08.2019

Secondo alcuni autori la procrastinazione può essere intesa come una reazione a stati emotivi dolenti che si faticano a gestire. La procrastinazione è un processo “esistenziale” più profondo e complesso di quanto appare, che solleva riflessioni sulla nostra capacità di padroneggiare le azioni, di determinare come investiamo il nostro tempo e come disegniamo il nostro futuro.

Qualche mese fa è uscito sulla versione digitale del New York Times, un interessante articolo a firma di Charlotte Lieberman, che inquadra in maniera interessante la “procrastinazione”, un comportamento sicuramente più difficile da pronunciare, che da mettere in atto!

L’articolo ha il merito di non limitarsi a fornire soluzioni pratiche (per altro utili, come problem solving, time management ecc) ma fare luce sul nucleo problematico che dà origine all’attitudine seriale a rimandare, ovvero la “relazione complicata” tra noi e le nostre emozioni.

A chi non è mai capitato…? Trovarci di fronte a un impegno, riprometterci di portarlo diligentemente a termine… e dirottare inesorabilmente la nostra attenzione verso altre attività, magari utili e lodevoli, ma decisamente meno prioritarie. Ed ecco che la raccolta dei documenti per la dichiarazione dei redditi viene rimandata in favore di una bella spolverata alla collezione di vinili. La prenotazione della visita medica è sostituita dal lavaggio dell’automobile (che non puliamo da 6 mesi…), la stesura dell’ultimo capitolo della tesi viene posticipata al termine dell’episodio della serie TV consigliata dal collega… e così via.

Quali sono i motivi che ci spingono a procrastinare?

I tentativi di spiegazione di tale fenomeno comunemente presi in esame, spesso includono pigrizia, negligenza, scarso senso del dovere (“Ce la potrebbe fare… ma non si applica!”). Ma anche cattiva gestione del tempo, scarsa pianificazione delle attività, insufficiente efficacia nella risoluzione dei problemi (“Ce la potrebbe fare… prova ad applicarsi… ma lo fa male!”). Ciò che caratterizza la procrastinazione, tuttavia, non è solo l’atto di sospendere e rimandare un’attività… ma anche la disturbante percezione emotiva che ne consegue. La sensazione che stiamo andando contro ciò che ci suggerisce il buon senso. Di fatto è un “auto-sabotaggio” bello e buono. Inizialmente ci solleva dall’ansia, ma poi non ci fa sentire a posto con noi stessi.

Essere dei procrastinatori, insomma, è una cosa fortemente irrazionale. Allora perché lo facciamo? Secondo Tim Pychyl, professore di psicologia e membro del Gruppo di Ricerca sulla Procrastinazione dell’Università di Carleton di Ottawa, la procrastinazione non è una condotta causata da pigrizia o scarsa vocazione alla gestione degli impegni, ma una reazione di fronte a stati emotivi dolenti che si faticano a gestire: ansia, timore di solitudine o di critica, inadeguatezza, senso di colpa ecc.

In uno studio del 2013 Pychyl e Sirois hanno descritto la procrastinazione come il prevalere dell’urgenza di gestire immediatamente un’emozione dolorosa, rispetto al vantaggio a lungo termine di portare avanti un’attività. Insomma, meglio occuparsi della gallina oggi, che pensare all’uovo di domani.

L’avversione verso un’attività è certamente legata alla natura dell’attività stessa. Pulire un bagno sporco o produrre una noiosa e articolata relazione lavorativa possono essere attività non propriamente esaltanti. Tuttavia, siamo influenzati anche da pensieri ed emozioni più articolati, che vanno al di là dell’incombenza, ma sono legati alla nostra persona: “Sarò in grado di portarla a termine?” “Cosa penseranno gli altri di me?” “Se dovessi fallire cosa succederà?”. Davanti a questi pensieri possiamo allarmarci e cercare una via di fuga.

Ciò non elimina per sempre gli stati dolorosi associati all’impegno rimandato. Questi torneranno non appena i nostri pensieri vi faranno ritorno. Spesso in maniera non indulgente, ma sotto forma di dialogo interiore autocritico, severissimo e inflessibile (“Buono a nulla! Incapace! Scansafatiche! Non sei in grado!”) che aumenta la sofferenza e che paradossalmente proviamo a gestire… procrastinando ancora!

Allora cosa ci spinge a rimandare, pur consapevoli delle conseguenze? Presto detto: quel momento di liberatorio sollievo dall’emozione dolente. È quella sensazione lo zuccherino… il “premio”. Il comportamentismo ci ricorda che quando, a seguito di un’azione, riceviamo un rinforzo immediato… questo incrementerà la nostra tendenza a ripeterla. Per questo la procrastinazione è un comportamento a forte “rischio” di cronicizzazione.

Quali sono i costi della procrastinazione? Più pesanti rispetto ai guadagni: stress cronico, un basso livello di soddisfazione rispetto alla propria vita, sintomi depressivi, ansia, cattivi stili di vita che può includere una scarsa capacità di prendersi cura della propria salute, con pesanti ricadute dal punto di vista psicofisico.

Considerare la procrastinazione come un tentativo fallace di regolare l’emotività ha dato spunto a interessanti ricerche e considerazioni. Ad esempio, uno studio condotto da Eckert e colleghi (Eckert et al, 2016) su un campione di studenti universitari, mostra come acquisire e mettere in pratica strategie focalizzate sull’emozione, che migliorano le capacità di tollerare o modificare gli stati emotivi dolorosi, possa aiutare a ridurre significativamente la tentazione di utilizzare la procrastinazione per regolare lo stato emotivo.

La procrastinazione diventa la strategia di scelta nel momento in cui crediamo di poter raggiungere uno stato emotivo desiderato attraverso l’evitamento, anziché attraverso un’azione finalizzata. Ciò avviene spesso anche perché non sempre abbiamo una piena consapevolezza dei desideri che ci guidano e delle aspettative personali e interpersonali, positive o negative, che ci prefiguriamo.

A supporto di questa visione Pychyl e Sirois (2016) affermano che la procrastinazione è un tentativo di regolare l’emotività derivante dalla mancata capacità di vedere continuità tra il sé presente e il sé futuro. Una sorta di prospettiva miope in cui facciamo fatica a mettere a fuoco in maniera benevola un’immagine, una rappresentazione positiva di noi stessi nel futuro. In questa prospettiva il lavoro metacognitivo risulta di fondamentale importanza. Serve ad aiutare la persona a sbrogliare la matassa e a visualizzare nitidamente quali sono le connessioni, i fili che corrono tra la situazione vissuta, i propri desideri, le aspettative personali e relazionali, le proprie emozioni e i propri comportamenti.

Possiamo offrire al nostro cervello una proposta più allettante rispetto al sollievo dell’evitamento, ovvero una vita in cui possiamo esercitare l’intento di incidere attivamente sulla nostra quotidianità. Oltre a comprendere le cause emotive della procrastinazione e provare ad adottare strategie differenti per superare il “blocco”, un altro passo importante è accedere a un sistema di motivazione benevolente nei confronti di noi stessi, in modo da perseguire i desideri con impegno, curiosità, accettazione dei limiti ed entusiasmo, anziché ruminazione e rimorso.

In conclusione

La procrastinazione è un processo “esistenziale” più profondo e complesso di quanto appare, che solleva riflessioni sulla nostra capacità di padroneggiare le azioni, di determinare come investiamo il nostro tempo e come disegniamo il nostro futuro.

Procrastinare ci mette a confronto con la nostra comune condizione di esseri umani, vulnerabili agli stati mentali dolorosi e desiderosi di sentirci felici, a posto con noi stessi e con gli altri, nelle scelte e nelle azioni che compiamo.

Il cambio di assetto mentale sta nell’andare oltre i fantasmi di fallimento e catastrofe che creano sofferenza e che ci spingono alla procrastinazione, verso una prospettiva in cui diamo forma alla nostra giornata, all’esperienza soggettiva, intorno a stati piacevoli in cui ci sentiamo attivi, coinvolti, capaci nello sperimentare azioni coerenti con i nostri desideri e le nostre inclinazioni (Dimaggio et al. 2019).

Assaporare il senso di efficacia, anche nel superare gli ostacoli e abbandonare la paura. Sentirci finalmente liberi di telefonare e prendere quell’appuntamento, inviare l’e-mail che da mesi conserviamo nelle bozze, iniziare il corso che ci incuriosisce da tempo, inserire la nuova strofa nella nostra canzone, mettere il punto finale al nostro nuovo articolo.

 di Benjamin Gallinaro

Siamo tutti un po’​ psicologi…

Siamo tutti un po’​ psicologi… pubblicato il 12.08.2019

Siamo tutti un po’​ psicologi… pubblicato il 12.08.2019

Siamo tutti un po’ psicologi. L’argomentazione è inoppugnabile visto che lo psicologo ha il suo specifico nelle relazioni umane. Tutti siamo di fatto in relazione, anzi, volendo tutti ci possiamo considerare esperti in relazioni in un universo mondo in cui l’assioma principale è che “non si può non comunicare”.

E passi per chi ha la “sindrome del marinaio di lungo corso”, per chi, quindi, in virtù di esperienze difficili o di molteplici amori e dolori si porta dietro la sensazione di averne vissuta talmente tanta, di vita, di averne che ne cresce, da insegnare agli altri. Ci sono anche quelli, ancora più pericolosi, cui fin da piccoli tutti raccontavano tutto; quelli che sono sempre stati cercati per la dote del buon consiglio e della capacità di ascolto innata. Già Charmet individuava negli adolescenti centrati su questo funzionamento un substrato depressivo. Ma chissà, forse, leggendo la postfazione di “una storia” di Alessandro Baricco si potrebbe essere d’accordo nell’avere simpatia per lo psicanalista depresso come figura “bella”, che, forse avendo sperimentata la sofferenza sulla propria pelle tratta con rispetto e comprensione chi ne soffre. Terapia centrata sul cliente, Rogers docet?

“A cosa serve uno Psicologo? Io ho dei buoni amici”.“Io anche nel mio lavoro spesso sono un po’ Psicologo”.“Costa troppo uno Psicologo”.

Per diventare uno psicologo ci vogliono 6 anni, 5 mesi e 11 giorni, circa. Due lauree, una triennale e una magistrale, dodici mesi di tirocinio di 1000 ore, un Esame di Stato di quattro prove e l’iscrizione all’Albo degli Psicologi. Possiamo aggiungere 4 anni di scuola di specializzazione in psicoterapia per un costo medio di 20.000€ e numerose ore di stage non retribuito. Un Master, perché no?! Corsi extra per protocolli terapeutici.. terapia personale, supervisione dei casi, formazione continua……Insomma quello che potrebbe sembrare spesso negli anni un punto di arrivo, è solo un nuovo punto di partenza.

Eppure io non credo di essere un po’ “avvocato” perché conosco qualche nozione di diritto. Non credo di essere un po’ “nutrizionista” perché ho fatto una dieta e sfogliato qualche rivista. Non credo di essere un po’ “medico” perché conosco qualche medicinale. Dunque perché una formazione così importante, se il mio valore professionale è uguale a quello di un buon amico? Perché l’onorario di uno Psicologo deve esser diverso da quello di un odontoiatra, di un ginecologo o di un architetto se la formazione ha un costo uguale se non anche superiore?

Il 10 Ottobre, è la Giornata Nazionale della Psicologia, una delle scienze e delle professioni che più risente di pregiudizi e luoghi comuni sbagliati. La figura dello psicoterapeuta è infatti spesso stereotipata: è colui che ha uno studio con un lettino, che interpreta i sogni e che ti dà consigli. Lo psicologo si occupa di prevenzione, diagnosi e attività di riabilitazione e di sostegno nei confronti di singoli soggetti ma anche di gruppi, organizzazioni e comunità. Lo psicologo non è necessariamente uno psicoterapeuta. A diventare Psicoterapeuti possono essere Psicologi, ma anche Medici. Lo psicologo non dà consigli ma si occupa della cura degli individui facendo interventi su base scientifica e non secondo il senso comune.

No. Non siamo tutti un po’ Psicologi. (Fonte dott.Roberto Casella)

Nella pancia del papa’​, padre e figlio una relazione emotiva.

Nella pancia del papa’​, padre e figlio una relazione emotiva. pubblicato il 11.08.2019

Essere padre è un’esperienza che pone ogni uomo di fronte a un bivio, un evento che ha la capacità di trasformare la vita nella quotidianità e anche nei pensieri, nelle profondità dell’animo, nel proprio mondo interiore, obbligando gli uomini a interrogarsi sul senso dell’esistenza. Il libro vuole prendere per mano i papà, per invitarli a riscoprire l’avventura emotiva che accompagna l’esperienza della loro paternità; non vuole insegnare a “fare il padre” ma aiutare a essere padri, guidando ogni uomo a comprendere i dubbi, le paure e le emozioni che possono mandarlo in crisi, proprio quando la vita lo mette di fronte all’esperienza che più è in grado di completarlo e renderlo uomo: la paternità, appunto.

Il libro invita noi tutti a riflettere su tutte le volte in cui l’uomo pensa di risolvere i suoi problemi usando la regola del “più forte”. La violenza genera violenza. Anche quando è utilizzata a scopo educativo. Nessuna formazione del cuore, dello spirito, dell’anima potrà mai nascere da un atto di forza fisica. Ciò che ci rende davvero educatori è la forza del nostro cuore, non quella delle nostre mani. E’ la com-petenza del genitore ciò che educa un figlio, non la sua potenza.

Uno schiaffo sulla faccia, una sculacciata: quanti di noi quando non ne possono più, ricorrono alle mani per riportare la disciplina con i propri figli. Ma ogni volta che ricorriamo alle punizioni corporali per ristabilire l’ordine, facciamo un clamoroso autogol. Perché nostro figlio impara che la forza fisica risolve i problemi. E non va dimenticato che lo schiaffo lascia un segno non solo sul volto, ma anche sul cuore.

Che cosa provate quando, non potendo fare altro, ricorrete alle punizioni corporali? E che ricordo avete delle sberle e delle sculacciata (e di tutte quelle cose lì, tipo battipanni, cinture, tirate di capelli) che avete ricevuto quando eravate bambini?

Se pensate che ci sia un adulto che ha bisogno di riflettere su queste parole condividete con lui questo post. E condividetelo anche se pensate che per coltivare la pace nel mondo bisogno partire dalle piccole cose e dalle piccole scelte che compiamo ogni giorno in famiglia e con le persone che ci vivono accanto. Non c’è pace del mondo se non c’è pace del cuore.

Nella seconda parte del volume trovano spazio filastrocche e poesie, pensate per assecondare la dimensione più emotiva dell’uomo che è padre, per aiutarlo ad amare il proprio bambino, ritrovando dentro di sé il bambino che è stato. “Crescerai e invecchierai e ti troverai a scoprire di avere un figlio che ti farà da padre e così facendo ti aiuterà a capire che padre sei stato per lui”.

Lo schiaffo è una bomba che scoppia in faccia

Fa sì che un bambino per sempre taccia.

Fa male alla pelle ma ancor di più

Mi affoga nell’ansia e non vengo più su.

Se credi che per riuscire a calmarmi

Lo schiaffo ti serve e può fermarmi

Ti dico che invece uno schiaffo è una bomba

Che spinge noi bimbi a un silenzio di tomba.

Così non potremo mai più raccontare

Che cosa ci aveva fatto arrabbiare.

A volte un capriccio vuol farti capire

Che provo qualcosa che non riesco a dire.

Ho poche parole e molti pensieri

Per dirti che anch’io ho momenti neri.

Se provo paura, ho il cuore in subbuglio

A volte qualcosa ti dico e farfuglio

Ma spesso è più facile per un bambino

Star zitto e fare il birichino.

Lo so che non devo farti arrabbiare

Ma a volte non mi so proprio fermare.

Tu mettimi allora in castigo e se puoi

Non darmi mai schiaffi è il patto fra noi.

Nella pancia del papa’, padre e figlio una relazione emotiva (Franco Angeli Editore) – Alberto Pellai

Quali scuse ci inventiamo per non andare dallo psicologo?

Quali scuse ci inventiamo per non andare dallo psicologo?

Pubblicato il 03 .08 2019

“Non ho bisogno di andare dallo psicologo, perché non sono matto”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in una conversazione tra amici, tra una coppia, in una discussione tra più persone o in una trasmissione televisiva?Eppure è un’affermazione molto sbagliata!

Se andiamo da un avvocato per risolvere delle questioni legali o dal medico quando abbiamo la tosse, perché non andare dallo psicologo quando non sappiamo gestire certe situazioni, quando ci sentiamo stressati o quando abbiamo dei problemi familiari?

Non tutto si riduce a un’alienazione mentale. La psicologia oggigiorno può trattare e migliorare tutti i campi e i contesti della persona. Tuttavia, sebbene stia acquisendo un valore sempre più positivo, la scelta di consultare uno psicologo è ancora accompagnata da numerosi pregiudizi. Le persone inventano innumerevoli scuse per non andare dallo psicologo, ma quali sono le più usate?

Per la salute c’è sempre tempo. E se non lo troviamo, significa che lo stiamo usando per altre cose che probabilmente non sono così importanti. Coltivare il tempo per la mente e il corpo è molto utile per mantenere il buon umore e migliorare il rendimento negli impegni da affrontare ogni giorno.

Per questo motivo, risulta molto vantaggioso organizzarsi. A maggior ragione se abbiamo anche dei bambini. Se siamo abituati ad andare a fare la spesa due volte a settimana, possiamo andare al supermercato solo uno dei due giorni e dedicare l’altro a noi stessi. Tale tempo “risparmiato” possiamo utilizzarlo, per esempio, per andare dallo psicologo, fare sport, rilassarci con un bagno caldo, leggere, passeggiare…

“Non voglio raccontare le mie cose intime a un estraneo”

Se raccontate i vostri problemi di coppia a un’ amica, sapete che vi darà un consiglio da un punto di vista soggettivo. Ma un amico non è uno psicologo, uno psicologo dal canto suo non è nemmeno un consulente. Sebbene la cerchia sociale di una persona sia utile per proteggerla da certi disturbi, a volte sfogarsi non è sufficiente.

È la relazione che si mantiene tra il paziente e lo psicologo a rendere il processo oggettivo e professionale. Il terapeuta non giudica né censura e mantiene una riservatezza assoluta riguardo a ciò che viene raccontato dal paziente. Ma l’aspetto più importante è che offre delle soluzioni.

“Non sto così male da dover andare dallo psicologo”

E meno male! Nessuno può sopportare un malessere costante per l’intera giornata,anche quando attraversiamo un periodo particolarmente difficile. Tuttavia, se un malessere non si manifesta, non vuol dire che non esiste, bensì si nasconde finché qualcosa non lo fa “svegliare”.

Per caso andiamo dal dottore solo quando avvertiamo dolori articolari talmente forti da non poterci alzare dal letto? Non sarà meglio sapere che abbiamo la fibromalgia il prima possibile e poter ricorrere a un rimedio, invece di usare delle scuse per non andare dallo psicologo? Se, ad esempio, non siamo capaci di controllare l’ansia dobbiamo imparare a farlo. In tal senso, meglio prima che dopo.

“Il tempo cura tutto”

L’avanzare del tempo allevia una reazione inizialmente impulsiva. Vale a dire, ci permette di osservare le difficoltà da diverse prospettive e/o occultare il dolore. Tuttavia, purtroppo il passare degli anni non ha proprietà terapeutiche.

Molte volte invece di calmarci, dilata il nostro problema. Un problema che avremmo potuto risolvere in pochi mesi ci mortifica per anni, perché non siamo stati capaci di trovare una soluzione in tempo e l’abbiamo nascosto sotto il tappeto.

“Non ho soldi per pagare uno psicologo”

È evidente che non disponiamo tutti delle stesse risorse economiche, ma ciascuno di noi indirizza i propri mezzi verso le cose che contano di più. Molte volte, spendiamo più di 1.000 euro per un telefono, ma quando si tratta di salute, di solito non siamo così ben disposti a spendere.

Se invece il problema economico risulta essere più grave, oggi esistono alcune fondazioni o ONG che offrono un supporto psicologico gratuito. La consulenza on-line, inoltre, è uno strumento economico sia per il paziente che per il professionista.

“Non voglio prendere pillole”

Il lavoro che fa lo psicologo non prevede la prescrizione di medicinale. Il suo lavoro è essenzialmente terapeutico. È lo psichiatra che si impegna a regolarizzare a livello farmacologico i pazienti, attraverso l’ingestione di certe pillole come gli psicofarmaci.

Tuttavia, l’assunzione di certi medicinali non deve essere motivo di stigmatizzazione,perché talvolta sono fondamentali per il trattamento e migliorano diversi disturbi. Se una delle nostre ghiandole non funziona adeguatamente, è necessario riequilibrarla altrimenti può alterare vari aspetti della nostra vita: le nostre emozioni, il nostro appetito, il sonno o il desiderio sessuale.

“La gente non cambia”

Se noi psicologi credessimo questo, la nostra professione smetterebbe di esistere: crederemmo che le persone non siano capaci di imparare né di evolvere. Ma la realtà è ben lontana da tutto ciò. Si può cambiare con l’impegno e la costanza. L’unico ostacolo che ci impedisce di continuare a migliorarci è quello che imponiamo a noi stessi.

Quando ciò che vogliamo modificare riguarda un tratto fondamentale della nostra personalità, come per esempio l’introversione, il cambiamento è più complesso, in quanto risulta essere più radicato nella vita della persona, ma non è impossibile.

“Un mio amico l’ha provato e non gli è servito”

Ciascuno di noi vive le proprie esperienze e ha i suoi punti di vista, idee, abitudini e sensazioni. E proprio come ci dicevano spesso le mamme e le nonne: molte volte i paragoni sono detestabili. Un’idea basata sulle brutte esperienze altrui non è una verità, ma un pregiudizio.

D’altro canto, come in tutte le professioni, non tutti gli psicologi sono bravi o hanno come priorità il bene del paziente. Questo non vuol dire che la maggior parte dei professionisti siano incompetenti.

Che cosa si nasconde dietro le scuse per non andare dallo psicologo?

Tutte queste scuse per non andare dallo psicologo celano un certo grado di vergogna e paura. Si prova vergogna, in quanto ancora oggi esistono molti pregiudizi riguardo alla decisione di consultare uno psicologo, gli altri penseranno che siamo strani. Vi sono anche la paura di stare male e soffrire.

Le persone non vogliono esporsi a livello emotivo. Abbiamo paura di rivivere le cose che ci hanno fatto soffrire tanto. Ma a volte non ci rendiamo conto che quel dolore dal quale stiamo cercando di fuggire è lo stesso che proviamo tutti i giorni quando vogliamo azzittirlo.

Non vi è mai successo di sentirvi meglio, più sollevati, anche solo dopo aver pronunciato ad alta voce quello che vi faceva stare male? Immaginati come vi potrete sentire meglio neutralizzando ciò che vi ha paralizzato per tanti anni. Avverrà quando direte al vostro psicologo: perché non sono venuto prima!

cit. Signorile Stefania

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